333. La lettera è molto lunga e Guarino difende la sua tesi tenendosi sempre nel campo dell'avversario e traendo perciò gli esempi dalla storia ecclesiastica. Egli ricorda anzitutto come Mosè e Daniele prima di comporre libri sacri si iniziarono alle scienze degli Assiri e Caldei. Ma il perno della discussione si aggira su tre grandi padri della chiesa, Basilio, Girolamo e Agostino, i quali, e sopra tutti Girolamo, si avviarono agli studi teologici per mezzo degli studi profani e mostrano nei loro libri continue reminiscenze di autori classici. Girolamo poi giova alla causa di Guarino anche per l'alto concetto in che teneva Terenzio, l'autore che è specialmente preso di mira dal monaco. Guai a toccare Terenzio a Guarino, il suo prediletto poeta, quello che prima di ogni altro egli leggeva e spiegava ai suoi scolari. Terenzio era per lui il modello dello stilista elegante, dell'oratore perfetto, dello squisito educatore. «Se i suoi personaggi parlano e operano male, così richiede il loro carattere e non è da imputarsi a lui. Bruceremo forse l'evangelista, perchè ci rappresenta Giuda traditore di Gesù?»

334. Il monaco abbozzò una risposta, nella quale confuta punto per punto le argomentazioni di Guarino, citando alla rinfusa autori contemporanei, santi padri e filosofi pagani. Conchiude che, ammesso pure che sia battuto lui, la causa rimane salva.

335. Del suo allievo Leonello, anche ora che è diventato principe, non si dimentica Guarino e gli dedica pur sempre qualche lavoro, p. e. nel 1444 la traduzione dell'opuscolo di Plutarco Sulla differenzia tra l'amico e l'adulatore, nel 1449 il trattatello sulla antica lingua latina, nel 1447 uno schizzo sul modo di dipingere le muse. Leonello era appassionato dell'arte e volle in quell'anno adornare dei ritratti delle nove muse il suo studio di Belfiore. Per le pitture si servì del Maccagnino, Guarino suggerì gli atteggiamenti e l'abito delle singole figure, dettando per ciascuna un verso da scriversi sotto. Il pittore seguì in parte i consigli di Guarino, in parte, come è ben naturale, si attenne al proprio gusto. Quelle pitture furono vedute e descritte da Ciriaco d'Ancona che si era, in uno dei tanti suoi viaggi, fermato a Ferrara nel 1449.

336. Grande allegria ci fu a Ferrara nei mesi di aprile e maggio del 1444 per le seconde nozze di Leonello con Maria, figlia naturale di re Alfonso d'Aragona, nozze veramente illustri che legavano in parentela la casa d'Este col più potente degli Stati italiani; onde ben a ragione Ferrara assistette in quei giorni a spettacoli di ogni genere e vide d'ogni parte d'Italia accorrer moltitudine e personaggi principeschi a rendere omaggio ai due sposi. Fra i principi convenuti colà vanno nominati Oddantonio di Urbino, Gismondo Malatesta di Rimini, il Malatesta di Cesena, Guidantonio di Faenza, Carlo Gonzaga di Mantova, Rodolfo di Camerino. Andò a prendere la sposa Borso, fratello di Leonello, imbarcandosi a Venezia su navi venete e sbarcando ad Ortona, donde fece la via di terra fino a Napoli. Da Napoli partì Maria d'Aragona ai primi d'aprile, scortata dal principe di Salerno e salutata da un epitalamio di Girolamo Guarini, che allora era alla corte di Alfonso.

337. Il 24 d'aprile giunsero a Ferrara e il giorno dopo nel castello del marchese si compì la cerimonia nuziale, che fu presieduta da Guarino. Egli domandò agli sposi se erano contenti di diventar marito e moglie; indi Leonello pose l'anello matrimoniale in dito a Maria, e Guarino recitò l'epitalamio d'occasione. L'ultimo d'aprile poi si celebrò un altro matrimonio, di Isotta sorella di Leonello con Oddantonio d'Urbino e anche questa volta Guarino recitò l'epitalamio.

338. Ma venne purtroppo il giorno del lutto, il giorno che Guarino dovè intonare al suo illustre allievo il canto funebre. Leonello ammalò gravemente nei primi di settembre del 1450. La città fu tutta in costernazione e il vescovo ordinò pubbliche preghiere in ogni cappella, in ogni chiesa, in ogni monastero. L'infermo era assistito dal marchese di Mantova. Niccolò, il piccolo e unico figlio di Leonello, dodicenne, era compreso anch'egli di tristezza per l'imminente pericolo e avea fatto voto di dieci scudi al beato Bernardino da Siena, da pochi mesi canonizzato, se il padre fosse guarito. «Dove li trovi i dieci scudi?» gli domandava Guarino che lo teneva in custodia. E Niccolò: «li chiederò a qualche amico di papà». La malattia fortunatamente prese una buona piega e Leonello fu fuori di pericolo. Allora scoppiò generale il giubilo dei cittadini e Guarino nel congratularsi con Leonello della ricuperata salute propose di collocare tra i fasti, da solennizzarsi ogni anno, l'8 settembre, il dì della guarigione. Ma fu gioia passeggera. Altri pochi giorni furono aggiunti alla vita di Leonello, il quale morì il 1.º ottobre dell'anno stesso, e a Guarino non restò che recitargli l'elogio funebre.

339. La morte di Leonello sconcertò senza dubbio la posizione di Guarino a Ferrara e i Veronesi ne approfittarono, per appagare un loro voto, carezzato da tanto tempo, di riavere in patria l'illustre concittadino. Anche questa volta, come nel 1432, ci furono le premure private degli amici, le pratiche ufficiali del Consiglio veronese e l'elegia di Verona, che invitava nel suo seno affettuoso il figlio da tanti anni lontano. Guarino secondò quelle pratiche e ottenne che lo stipendio gli fosse portato da 150 scudi a 200 e stava preparato alla partenza; mancava solo la licenza del marchese. Ma la licenza non fu accordata e Guarino fu riconfermato a Ferrara, donde ormai non contava di muoversi più, avuto riguardo specialmente all'età avanzata.

340. Borso se non nella cultura, certo nell'amor delle arti belle eguagliò il fratello; lo superò nella liberalità e nel lusso e magnificenza dei ricevimenti. Basti ricordare le feste per l'arrivo a Ferrara dell'imperatore Federico III nel 1452, di papa Pio II nel 1459 e per il matrimonio di Beatrice d'Este con Tristano Sforza.

341. Federico III nel 1452 fece il suo famoso viaggio a Roma e a Napoli per ricevere dal papa la corona imperiale e per sposare donna Leonora, figlia del re di Portogallo. Nell'andata giunse a Ferrara di gennaio e tra le meraviglie che sorpresero gli astanti fu non ultima l'orazione che recitò all'imperatore il piccolo Galeazzo Maria Sforza, figlio del duca Francesco, fanciullo di otto anni. L'orazione gli era stata scritta dal Filelfo. Di Guarino non sappiamo se abbia per l'occasione fatto nulla, ma difficilmente un suo discorso sarà mancato. Non mancò ad ogni modo un lungo carme latino del suo scolaro Giano Pannonio, il quale con versi rimbombanti, con stile declamatorio e con immagini esagerate tratteggia un quadro desolante delle condizioni d'Italia, esprimendo le grandi speranze concepite per la venuta dell'imperatore, dal quale si attendeva una nuova era di pace. Il discorso è messo in bocca all'Italia, «che si prostra ai piedi dell'imperatore in atteggiamento di nobile matrona, cinta di una corona di torri, vestita a lutto, con le chiome sparse, battendosi il petto e piangendo e singhiozzando».

342. Nel ritorno da Roma Federico III ripassò da Ferrara di maggio. In questa seconda fermata Borso fu creato duca di Modena e Reggio e Battista Guarini recitò davanti all'imperatore l'epitalamio per le nozze di Bartolomeo Pendaglia con Margherita Costabili.