343. Non clamorosa come quella fatta all'imperatore, ma pur sempre splendida fu l'accoglienza che ricevette Pio II, quando passò da Ferrara del 1459 nel suo viaggio a Mantova, dove era intimato il gran congresso per la crociata contro il Turco. Arrivò il 19 maggio e ne ripartì il 25. Guarino salutò con un'orazione l'illustre pontefice «pio di nome e di fatto, il ripristinatore dell'età dell'oro, il ristoratore della cultura, il vero estimatore della virtù e del merito». Suo figlio Manuele accompagnò i! papa al congresso di Mantova.

344. Parimenti sontuose furono le feste per il matrimonio di Beatrice d'Este sorella di Borso con Tristano Sforza nell'aprile del 1455. Lo sposo era figlio di Francesco duca di Milano, il quale mandò il Filelfo a tenere il discorso d'occasione. Per il marchese compose l'epitalamio Guarino, il quale fa una particolare allusione al nome cavalleresco dello sposo; ciò che prova come egli stesso leggesse i romanzi cavallereschi, molto in voga del resto alla corte di Ferrara.

345. Gli epitalami di Guarino e del Filelfo furono cagione di un pettegolezzo tra i due umanisti. Fra essi non c'era grande intimità, ma nemmeno ebbero mai a venire in discordia. Ora i maligni aveano notato che all'epitalamio del Filelfo il marchese Borso era stato largo di sole lodi, ma nessun regalo. In un crocchio di persone a Ferrara, dove si commentava l'accaduto, a Guarino scappò detto che Borso si era piccato, che il Filelfo avesse fatto il panegirico della famiglia dello sposo, scarseggiando molto nelle lodi della famiglia della sposa. Ci fu chi si prese la briga di riferire le parole di Guarino al Filelfo, il quale sentitosi offeso nel suo orgoglio scrisse a Lodovico Casella una lettera piena di insolenze contro Guarino. Egli poneva, come al suo solito, la questione addirittura tragicamente: «che forse Guarino si crede superiore a me?» Si capisce bene che Guarino non se ne diede per inteso e il Filelfo dovette restare col suo groppo in gola.

346. Appena riebbe Guarino da Borso la primiera posizione che aveva goduto sotto Leonello e potè riprendere le sue antiche abitudini, pensò il vecchio umanista di pagare un tributo di riconoscenza al suo illustre maestro Manuele Crisolora. Quel tributo parea dovessegli pesar sulla coscienza come un obbligo sacro da soddisfare, essendo che di tanti beneficati dal Crisolora nessuno gli aveva innalzato un monumento letterario degno di lui. Ora più che mai la sua fantasia rievocava la cara immagine del Greco, trasfigurata attraverso ai quarant'anni trascorsi dall'ultima volta che lo aveva veduto vivo. Se lo rivedeva risorgere dinanzi «bello della persona, le membra ben misurate e proporzionate, il volto rubicondo e la bionda barba che accresceva dignità all'aspetto»; e dalla faccia serena partiva ancora quel sorriso intelligente e si sentiva tuttavia carezzato dall'affabilità delle sue parole e dalla grazia dei suoi modi. Come si ingigantivano i suoi meriti letterari! «Prima del Crisolora l'Italia era sepolta nell'ignoranza, spezzato il filo della tradizione ciceroniana, barbaro lo stile: il Crisolora aprì una nuova via agli studi, con lui comincia il rinascimento della civiltà antica».

347. Preoccupato da questa idea Guarino si dà a raccogliere gli scritti del Crisolora e le lettere indirizzate a lui o quelle che parlano di lui, e si rivolge agli amici, come all'Ottobelli in Verona, al Poggio in Firenze, pregandoli di cercargli e mandargli scritture in lode del Crisolora. Così mise insieme l'orazione funebre del Giuliani, alcune lettere sue e d'altri dirette al Crisolora o che trattavano di lui. Si rivolse quindi ai propri figli, eccitandoli a scrivere commemorazioni e panegirici del Crisolora; ed essi corrisposero subito ai desideri del padre, poichè Niccolò, Battista, Girolamo, Manuele gli indirizzarono affettuose lettere commemorative. A tutta questa collezione, della quale ci arrivarono parecchi saggi, diede il titolo di Chrysolorina.

348. Nella Chrysolorina dunque, intorno alla quale attese negli anni 1452-1455, Guarino ebbe collaboratori i propri figli, come li aveva collaboratori nell'insegnamento all'università. Infatti Girolamo fece un corso suo proprio, parallelo a quello del padre, sulla terza deca di Livio. In nome del padre recitò Manuele l'orazione inaugurale nel 1444; nel 1453 la recitò Battista, «il quale tra i figli di Guarino brilla come Sirio e Boote fra gli astri minori. Egli già (nel 1453) monta la cattedra come insegnante, parla nelle adunanze pubbliche come oratore e affascina l'uditorio, e le aule e le chiese echeggiano dei suoi plausi, intanto che il padre ne piange di gioia».

349. In ciò riconosciamo una tra le principali e più originali caratteristiche del metodo di Guarino, quella di associarsi nel lavoro i suoi discepoli e i figlioli, moltiplicando così la propria operosità e rendendola più feconda e in certo qual modo perpetuandola dopo la sua morte, poichè essi ne sarebbero stati gli eredi e i continuatori. È questo il suo gran principio, che egli inculca e ripete ad ogni momento nelle lettere, che i figli sono i legittimi eredi non tanto delle sostanze paterne quanto delle amicizie e delle virtù. E infatti uno dei suoi maggiori meriti fu l'essersi preparato un degno successore nel figlio Battista, il quale dopo morto il padre occupò la cattedra di lui, riempiendo del proprio nome e della propria operosità tutta la seconda metà del secolo XV. Però dei figli di Guarino il solo Battista fu vero umanista come il padre. Degli altri sei maschi Girolamo si accosta più a Battista per carattere umanistico, quantunque più tardi siasi dato alla carriera diplomatica. Anche Niccolò coltivò gli studi, ma nulla produsse in quelli. I quattro rimanenti percorsero carriere, le quali stavano in antitesi con l'umanismo, poichè Manuele si fece prete, Gregorio medico, Leonello e Agostino notai. Agostino si applicò alla mercatura ed ebbe il posto di maggiordomo presso il marchese di Ferrara.

350. I figli di Guarino furono tutti educati sotto la sorveglianza paterna, ma poi uscirono di Ferrara e andarono altrove chi a perfezionarsi negli studi, chi a cercarvi una collocazione. Per tal modo essi contribuirono non poco a rendere più vive le relazioni del padre con gli altri centri letterari e con le varie città italiane. E nell'esame infatti di quelle relazioni, le quali ora esporrò brevemente, ci si presenterà spesso or l'uno or l'altro dei figli di Guarino.

351. Cominciamo da Verona, dove essi andavano frequentemente a curare gli interessi della famiglia o a villeggiare a Valpolicella. È certo poi che Leonello, Niccolò, Gregorio, Battista si stabilirono qualche tempo o a Verona o in villa. E ivi attendevano agli studi e corrispondevano col padre, specialmente Niccolò e Battista. Niccolò era già arrivato a conoscere il greco e per darne un saggio al padre gli scrisse nel 1450 una lettera greca: e il padre se ne congratulò, incoraggiandolo a continuare; nel 1452 egli carteggiava col padre per la compilazione della Chrysolorina e per una curiosa lite che si dibatteva fra le città di Verona e di Brescia. Le due città vicine si disputavano la proprietà del lago di Garda. Guarino risponde al figlio, che la proprietà spettava a Verona, appoggiandosi all'autorità degli scrittori romani, quali Catullo, Plinio, Claudiano.

352. Battista prendeva già parte, come una volta il padre, ai pubblici affari di Verona; e nel gennaio del 1458 recitava il discorso di commiato al podestà Niccolò Marcello. Nello stesso anno diede un buon saggio dei suoi studi con la traduzione dell'Agesilao di Senofonte, dedicata a Ermolao Barbaro, l'antico scolaro di suo padre, allora vescovo di Verona. L'anno dopo, 1459, pubblicò il Libellus de ordine studendi ac docendi, nel quale rivela ottimo senso didattico e mostra di avere in sè trasfuso il metodo paterno. Non bisogna dimenticare che da poco era tornato da Bologna, dove aveva insegnato per due anni.