Il conte non l’udiva più.
XXII.
Per due notti consecutive Emanuele stette in ascolto al buio nella propria camera: nulla si mosse nella casa.
La terza sera, sfinito, si buttò sul letto e s’addormentò. La sua naturale confidenza cominciava a rinascere in lui.
Ma le parole del marchese tornarono vive immagini a turbargli il sonno.
Si svegliò con grande sgomento. Invano si sforzò di riprender sonno.
Dopo un lungo battagliar fra il timore, la curiosità, il sospetto, la ripugnanza, non potendo quetare, si levò, accese un lume e mosse dritto alle stanze della moglie.
Nello spingere la porta del salottino urtò nel corpo di Nad, che s’era buttata a dormire attraverso la soglia.
— Dov’è Luscià? le domandò il conte.
— Dorme.