Una plebe cenciosa si riversava nella strada dalle bettole, da certe porticine di losco aspetto, su cui penzolavano delle lanterne a grosse scritte. Gli esercenti spingevano fuori a malincuore, per rispetto della moralità ad orario fisso dei regolamenti di polizia, lo stravizzo che avevano sfruttato.

Frotte di ragazzacci e di donne avvinazzate venivano innanzi schiamazzando, e due guardie civiche si adoperavano alla buona di farle tacere; — ubbidivano, ma poco più in là le donne ricominciavano a strillare più forte e a beffare le guardie.

Alcune giovinette saltellavano in punta dei loro scarpini attraverso la belletta che correva in mezzo alla strada, tirandosi a bisdosso, sulle spalle nude, sulla testa irta di fiori finti, certi scialletti logori, luridi, inzaccherati, — e delle donne più attempate correvano loro dietro bestemmiando sconciamente e chiamandole con stranomi di carnovale.

Un fanale gettava su quel brulicame e su quel fango i suoi riflessi tristi, smorti, quasi compassionevoli.

Il fiaccheraio si fermò innanzi ad una di quelle porticine, su cui un largo trasparente recava scritto a lettere cubitali: Sala da ballo, — e disse:

— È qui.

La vista della carrozza diè pretesto alla folla che usciva dall’andito ad una quantità di lazzi:

— L’equipaggio di Suson, gridava uno.

— Lolotta, il tuo banchiere ti aspetta.

Qualcuno più impertinente cacciava la testa fra lo sportello e gittava in faccia al conte, che stava rannicchiato nell’ombra, una sciocchezza, una sconcezza, una nota di canzonaccia, con una ributtante vampa di ubbriachezza.