— No, forse non è che uno svenimento; s’è inquietata un poco... se aveste qualche cosa da darle... un po’ di vino... presto, Pasquale, un po’ di vino.

Pasquale rimane ancora perplesso: il suo volto vergognoso vuol dire che non v’è in casa una sola goccia di vino.

Però il vino non serve più. La contessa è proprio agli ultimi istanti della sua vita, le sue mani si irrigidiscono, il suo viso si scolora, la sua bocca si spalanca, il suo respiro si affievolisce rapidamente.

Il pievano dice a Pasquale: — Da basso c’è il figlio del mio massaio che è venuto a farmi lume per la strada, dite che corra dal sagrestano e faccia suonare l’agonia. — Poi estrae dalla tasca la stola e la pianeta, le infila prestamente al collo e al braccio e venuto presso il letto si curva sulla moribonda e le dice forte nell’orecchio: — Signora contessa: si faccia coraggio, si raccomandi al Signore, alla Vergine santa sua patrona; dica con me nel suo cuore: «Signore, sia fatta la vostra volontà, se volete lasciarmi ancora un poco quaggiù per servirvi, — e sia pur fatta, se volete chiamarmi a voi. — »

La contessina si slancia sul letto, getta le braccia intorno al capo della nonna e la bacia e la chiama e singhiozza miseramente.

Il prete la rimuove dicendole: — No, essa l’intende, e le fa pena. — E soggiunge nell’orecchio dell’ammalata: — Si raccomandi con tutta l’anima al Signore che le vuol bene, che vuol ricompensarla della sua sofferenza; dica: — «Gesù vi offro i miei dolori.»

Così continua a confortarla. Il vento autunnale soffia e stride per le commessure delle imposte e fa tremolar la fiammella fumosa della lucernetta: le tappezzerie mal ferme si incartocciano e gemono e i mobili scricchiolano dolorosamente.

La campanella della chiesa getta i rintocchi dell’agonia.

III.

I quali gocciolano giù ad uno ad uno entro la cascina, nel tinello dove sta raccolta la famiglia.