— Può morire tranquillo, sor Beppe, a suo figlio penserò io.

Bisogna ammettere che la ricchezza dei Bellardi s’era fra le sue mani quadruplicata.

Però egli ha sempre conservato la sua indipendenza. Non ha mai abitato alla cascina. — Prima stava a pigione; poi quando suo figlio, ch’era stato nell’esercito come surrogante, tornò al paese, e coi denari del cambio comprò una casa, Maurizio andò a stare con lui. Si osservava da alcuni, che gli affari di questo figlio camminavano negli ultimi anni con meravigliosa prosperità.

All’ordine crudele di Maurizio, Pasquale non replica nulla. Rientra in casa; poi esce ancora, sale al castello; poi ridiscende di nuovo e rincasa, accende un po’ di fuoco, vi siede vicino, e resta lì immobile, col mento sul petto, parecchie ore di seguito.

Finalmente, quando è notte fatta, si butta il pastrano sulle spalle ed esce; — prende la strada del castello, ma giunto a qualche passo dalla cascina si ferma irresoluto: poi torna indietro, si ferma ancora, alla fine entra arditamente, come chi ha preso una determinazione penosa, ma inevitabile. Attraversa il cortile, e, spingendo l’uscio del pianterreno, manda innanzi un — si può? — con voce rauca e malsicura.

Dalla cucina sbuca fuori la Martina, e guardandolo con occhio inquisitorio, sta aspettando che le dica quel che vuole.

— Giacomo è alzato ancora?

— Sì, perchè?

Maurizio, che fumava seduto sulla pietra del fuoco, si alza, e viene anche lui incontro a Pasquale, il quale riprende:

— Vorrei dirgli due parole, a Giacomo.