E Nick figlio di Peter venne l’indomani, scortato da due romes della sua squadra.

Quando si presentò alla porta del castello, Antonio, che a malincuore obbediva all’ordine ricevuto dal conte d’introdurlo, si sforzò invano di trattenere i due compagni.

Nick vi si oppose ostinatamente; giurò per tutti i suoi dewol che senza loro non avrebbe fatto un passo solo oltre la soglia.

Egli era un perfetto campione della sua razza; possedeva al più alto grado la servile scaltrezza e la spavalderia petulante, — le due caratteristiche accoppiate di quella plebaglia, che da tanti secoli trascina per il fango di tutto il mondo la sua primitiva abbiezione del Soudra indostanico.

Nick spiegava a perfezione l’una e l’altra di queste sue qualità, secondo i casi.

Girando per le case, per guadagnarsi il pane, quando non poteva azzaffarlo senza fatica, si mostrava umile, dimesso, insistente. Non c’era paiolo che, passando per le sue mani, non comparisse bucherato in più luoghi, e che egli, colle sue istanze, non riuscisse a farsi rilasciare per la rattoppatura.

Ma, all’occasione, nessuno sapeva far valere più alto di lui, al cospetto di un estraneo alle sue razze, a un gadchi qualunque la sua aristocratica qualità di Romnitschel, figlio della donna.

Gesù era «figlio dell’uomo;» — lo zingaro è «figlio della donna» e il suo me hom Romnitschel, vale, per lui, il civis romanus sum.

È il suo titolo nobiliare, il suo segno di riconoscimento, la sua protesta.

Lo zingaro, nella sua dispersione secolare, è la copia vile dell’Israelita; ma la stirpe di Abramo ha le tradizioni di Canaan, il suo Dio, il suo libro santo; lo zingaro non ha che quella formula sacramentale talismanica, in cui compendia il suo diritto di umanità; egli è figlio della donna; tutti gli altri non sono che figli di mannischi, di ghiromni, di femmine, — gadchi.