L’Israelita ha credenze comuni con le razze in mezzo alle quali va migrando; tutti riconoscono in lui il degenere rampollo di una stirpe illustre, santa.
Lo zingaro, il discendente del vecchio Soudra, dell’ilota indiano, senza patria, senza Dio, polvere umana calpestata da tutto il genere umano, è il nemico implacabile di tutte le razze; egli prende da loro la terra, il pane, le credenze, i costumi, e non conserva di proprio, che l’imprecazione con cui maledirle; egli è il parassita eterno, cosmopolita; egli strappa il suo alimento a tutti i popoli della terra, quando non può rubarlo lo froda, lo paga colle sue menzogne, colle sue infezioni, col suo putridume: combatte l’umanità, alla guisa del verme e dell’ácaro, rodendone le fibre e succhiandone il sangue.
Antonio dovette, suo malgrado, cedere — egli si mosse per avvertire il padrone — e gli altri lo seguirono.
Tutti insieme penetrarono nel castello, brontolando, bisticciandosi; gli zingari alzando tanto più la voce, quanto più Antonio abbassava la propria.
Il diverbio si riaccese alla porta dello scrittoio, dove essi vollero cacciarsi senza aspettare d’essere annunziati.
Il conte intervenne.
Nick capì a bella prima il suo vantaggio.
— Voi mi avete chiamato, diss’egli al conte, io sono venuto; sono venuto coi miei rome; essi sono la mia scorta e mi obbediscono; perchè voi non vi fate ascoltare dai vostri veleter? perchè si vieta ad Andrea ed Angheluzzà di accompagnare me, loro capo?
Il conte ordinò ad Antonio di lasciarli entrare e di mandar loro del vino.
E poichè Antonio, inquieto, occupato a guardare i due aiutanti, che giravano intorno alla stanza con certe arie sospette, indugiava ad uscire, Nick gli disse burbanzosamente: