— Veleto, il tuo derai ti ha comandato di portar da bere ai romes.
Poi sedette sulla sedia che il conte gli indicò, davanti alla scrivania, appoggiò le due palme al grosso pomo d’argento della propria mazza di tamburo maggiore e prese un’attitudine grave, maestosa, pari alla sua dignità e alla importanza del colloquio che presentiva.
Nick era un bel giovane, svelto, di buona statura, ben formato, il petto largo, le spalle aperte, il collo vigoroso ed elegante; il volume de’ suoi capelli neri, unti, lucenti, usciva di sotto allo stretto muschi gallonato d’argento, ricadeva in ciocche ricciute sul bavero ricamato dell’abito scuro, giù fino ai cordoni che gli attraversavano il petto. Il suo viso era bruno-pallido, incorniciato da una barba nascente su di un profilo purissimo, colla fronte liscia, e aveva nell’occhio nero, profondo, con dei subitanei baleni di vivacità arguta, l’espressione malinconica, quasi cupa, della sua razza.
Egli vestiva l’abito prediletto di un capo magiaro; i suoi compagni erano più dimessi; uno di essi teneva un cappellino tondo da contadino, e l’altro recava alla vita un vecchio panciotto coi bottoni d’argento, da cui uscivano le braccia, che la camicia a brandelli copriva solo imperfettamente.
Il conte domandò a Nick se sapeva quel che voleva dirgli, e se Luscià non l’aveva informato di nulla.
Nick rispose in italiano;
— Chi vuol parlare coi romes non manda le loro donne. Io non so nulla.
Il conte gli manifestò la sua intenzione di sposare Luscià.
Lo zingaro non mostrò meraviglia, non si mosse, tacque fissandolo in viso.
— Voi sapete, io sono ricco, soggiunse il conte, non ho fratelli, non ho parenti prossimi; tutto ciò ch’io posseggo sarà di vostra cugina, i miei beni, la mia casa, il mio nome, tutto...