È quasi mezzogiorno e al castello non c’è stato ancora. Però sono due ore che egli ha preso il sentiero della collina. Maurizio, credendo che volesse visitare i piantamenti di viti, ch’egli ha fatto sulla spianata, gli è venuto dietro e, raggiuntolo, senza cerimonia gli si è posto ai fianchi. Poi ha cominciato a dipanare la filatessa delle sue spiegazioni.

Ma, arrivato in cima, il dottore s’è seduto su un rialzo di terreno, ha levato un libro dalla tasca del soprabito l’ha aperto e v’ha cacciati gli occhi dentro così bene, che Maurizio non ha potuto più farglieli alzare: perciò, stanco di parlare al vento, ha preso partito di andarsene, cercando fra sè d’indovinare il motivo del mal’estro che da due giorni osserva sul viso del suo medichino.

Giulio, rimasto solo, ha chiuso il libro, l’ha riposto in tasca; ha acceso un sigaro, l’ha lasciato spegnere, è restato lunga pezza immobile colle mani incrocicchiate attorno ad un ginocchio; poi s’è alzato e s’è posto a passeggiare; poi è tornato ancora a sedere.

La giornata è splendida, il sole caldo, l’aria tepida e queta; proprio l’estate di S. Martino. Ma il viso del dottore s’oscura sempre più.

La moglie di Pasquale gli passa accanto e lo saluta.

Giulio si scuote, e le chiede:

— Come sta?

— Meglio; non viene a vederla?

— Ah! sì...

S’alza e con la donna viene al castello, all’uscio della camera dove sta la malata. La donna entra: egli rimane sulla soglia; egli che allo stabilimento ha un passo così sicuro, che non aspetta mai nell’anticamera dei suoi clienti, perchè è avvezzo invece ad essere atteso.