Finalmente sul tardi, verso le dieci, Pasquale ritorna ad annunziare che tutto è pronto.
S’avviano tutti e tre attraversando in silenzio il villaggio ed entrano in chiesa per la porticina del coro dove sta aspettandoli il sacrestano. La cerimonia deve celebrarsi nella prima cappella a destra dell’altare; quivi sta il banco privato della famiglia di lei che per quell’occasione hanno parato di un ricco drappo di seta a frange d’oro.
Giulio vi conduce Maria. Ella s’inginocchia al posto dove per dieci anni è venuta tutte le feste colla nonna a sentir la messa. Mentre s’attende il pievano, che è in sacrestia a vestirsi, essa china il capo fra le palme e in un baleno le passano attraverso lo spirito tutti i pensieri di quegli anni tristi e dolorosi; e parle risentire accanto a lei la tosse secca della povera nonna. Alza vivamente la testa e vede al suo fianco Giulio che la guarda amorosamente.
Il pievano arriva in quel mentre e comincia la celebrazione; non assistono altri testimoni fuorchè Pasquale ed il sagrestano.
Dopo le preghiere, il sacerdote fa le domande sacramentali. Giulio risponde colla fronte alta e con accento breve e fermo; la sposa pronunzia il suo sì più col cuore che colle labbra, con un sospiro, arrossendo e chinando gli occhi.
Quanta diversità fra quelle due teste! — Quella di Giulio bruna, barbuta, dai lineamenti un po’ duri, coi capelli corti, neri, indocili, ricorda l’origine umile della famiglia, mostra la perseveranza, la forza di proposito della gente nuova. Quella di Maria, bionda, pallida, delicata, ha tutte le grazie, le finezze, il languore dell’aristocrazia, si china verso lo sposo come in cerca di un sostegno.
Lo sposo mette l’anello, le due destre si impalmano: quella di Giulio stringe la manina breve e morbida della sposa e la tiene salda, sollevata sopra il davanzale dell’inginocchiatoio.
È lui, il discendente dei servi della gleba, che porge la mano alla figlia dei signori, dei padroni!...
Il pievano benedicendo dice a chiara voce:
— Conjungo vos... — parole semplici e solenni che congiungono davvero, in nome di Dio, quelle due esistenze che gli umani rancori volevano separare, che proclamano l’eguaglianza di quelle due creature, celebrano la pace fra due razze divise da così profondo abisso di odio e di disprezzo, da tante ingiurie ed offese e vendette, e cancellano ad un tratto un passato doloroso e colpevole. Generazioni infinite hanno lavorato per accumulare del male su quelle due teste, hanno elevato fra esse, a forza d’ingegno e di livore, degli ostacoli che parevano insormontabili, eppure una sola parola annichila quella triste eredità di avversione, disperde le finzioni, i pregiudizi, le superbie di tanti secoli!