Passarono tre anni. Il cuore decrepito del Bellardi custodì la sua collera come per mezzo secolo aveva custodito l’odio contro gli Ormeto.

Un giorno Pasquale scrisse al dottore: «Se vuol venire, venga, laggiù non si sta bene.»

Giulio accorse ad Ormeto con Maria, che volle seguirlo.

Alla cascina nessuno li aspettava.

Entrano nel tinello. È di sera, — l’ora della cena, — ma non c’è che Maurizio, il quale nel vederli mette un’esclamazione.

— Mio nonno?... — chiede Giulio con voce soffocata.

— Eh! è un benedetto uomo, non vuol intendere la ragione.

Colui non può parlare senza quella smorfia beffarda, quel ghigno maledetto.

— Non rider così, perdio! — grida Giulio. — Mio nonno... dov’è?... è... malato?

— Non lo sa?