Luscià sostenne, in presenza del conte, le sue lagnanze, ripetè con faccia franca che la malmenava, la faceva patire, trovò lì per lì dei fatti, delle prove, le colorì con la massima naturalezza.
E, si capisce, il torto rimase ad Aurelia; il conte le cedette l’uso di una piccola casetta in paese, ed ella dovette abbandonare, piangendo, colla morte nel cuore, il castello dov’era cresciuta, dov’era invecchiata, dove tutta la sua vita, onesta, laboriosa era trascorsa, lasciandovi tutte le sue abitudini, tutte le sue affezioni.
Nad era sempre l’unica confidente di Luscià.
Ella la vestiva, l’abbigliava, l’infronzoliva come una bambola; era, con lei, tenera, umile, servile ed anche esigente ed imperiosa; aveva l’autorità di esserle utile e necessaria.
Luscià non l’avrebbe lasciata un momento.
Ella non si affezionava punto nè alla casa, nè al paese.
Nel castello era sempre, come al primo giorno, un’ospite incomoda, non la signora; la zingara e il vecchio maniere non se l’intendevano punto, non si compenetravano.
Fra’ suoi istinti e quella veneranda chiocciola di una razza di potenti, v’era sempre la ripugnanza di due mondi diversi.
Non si sentiva bene che nella camera; e bisognava vederla quella camera! disordinata, piena di confusione come una tenda.
La giocondità grave e profonda della vendemmia si spandeva per le campagne; i vigneti, tinti di tutti i colori autunnali, gaia decrepitezza della verzura, erano pieni di canti, di operosità; dolci nenie la sera salivano il colle, accompagnate dallo stridere dei carri sopraccarichi di tinozze e di arbie ricolme.