Ma quali? Ci pensava e ci si smarriva.
Quando era con lui ed egli cercava scrutarla, ella non mostrava tema e neppur diffidenza, — ma solo una ingenuità illimitata.
Un giorno che l’aveva intesa piangere angosciosamente, egli la prese in disparte, — uscirono insieme per la campagna: egli si trovava più ad agio con Luscià fuori che non fra le mura del castello, dove pareva i ricordi, le abitudini, le convenienze si frapponessero fra loro due. — Presero il sentiero della fontana e discesero nella valle.
Camminavano sopra un tappeto fitto di foglie di pioppo. Luscià coglieva nei prati dei gigli freddolini d’un violetto vivace: ma appena li aveva messi in seno avvizzivano, ed ella li buttava.
L’autunno spargeva per la campagna le sue tinte calde, tutti i toni dalla porpora intensa delle lacche al rancio vermiglio del carmino, al giallo, all’oro lucente.
Emanuele guardava quella falsa pompa di vita nella natura morente; credeva leggervi la condanna della sua gioventù in ritardo. Era triste, rimpiangeva la malinconica severità della vita solitaria di una volta.
Luscià era del solito umore, senza la minima traccia di una commozione. Ad intervalli si accostava al marito e gli parlava dei suoi gusti di fanciulla viziata, della veste ch’ella voleva farsi, chiedendogli il suo consiglio sopra una quantità di particolari nuovi che ella aveva pensato.
Repentinamente egli le disse:
— Luscià, tu non hai confidenza in me.
E soggiunse prendendole il braccio: