Più tardi, il conte interrogò Nad. Ella gli disse che Luscià le aveva mancato di rispetto; che, per questo, ella l’aveva sgridata e fatta piangere.
Emanuele fece un umiliante confronto: egli con tutte le sue parole, i suoi scongiuri non era riuscito neppur a commuoverla. Appena l’aveva lasciato, Luscià era salita tranquillamente nella sua camera, aveva tirato fuori un mucchio di nastri e aveva fabbricato un visibilio di nodi per guarnirne una tunica che l’era arrivata da Torino quella stessa mattina.
Fra le mille ipotesi che la stranezza del suo caso gl’ispirava, il conte pensò che causa della freddezza di Luscià fosse la diversità del suo linguaggio nazionale: s’ella potesse parlare con lui la lingua nella quale il suo cuore s’era dischiuso ai primi affetti della vita, la lingua che parlava con Nad in quei momenti di abbandono di cui egli era stato tanto geloso, forse sarebbe più espansiva, più confidente anche con lui.
E pregò la sua sposa d’insegnargli il suo gergo indostanico; si fece a sua volta discepolo di lei, un discepolo attento, zelante, docilissimo, instancabile; il suo cuore aiutò nello sforzo la sua mente. Per alcune settimane non ebbe altro pensiero; la sua intelligenza non cessava un minuto dal frugare nelle strane parole zingaresche per scoprirvi il pensiero, il sentimento, l’anima tanto desiderata della sua Luscià.
Ma ad un tratto s’imbattè in una desolante conclusione.
Luscià aveva acconsentito di buon grado ad accontentarlo; ma non gl’insegnava che parole di cose comuni, tutte materiali: quando egli le chiedeva l’equivalente di un’espressione di affetto o di pensiero, si fermava interdetta, non comprendeva, non sapeva cosa rispondere.
Un dì gl’insegnò che l’amore si chiamava koba gamaben, e per commento gli mise le braccia al collo baciandolo sulle labbra freddamente. Poi gli chiese se egli voleva kelen, divertirsi!
Questa parola fu un lampo sinistro per Emanuele. Gli parve intravedere un abisso spaventevole di corruzione...
Il conte si persuase che anche questo mezzo non giovava a nulla; il discorso di Luscià non diventava punto più elevato, e invece, per la scarsità e materialità delle parole, si abbassava infinitamente il suo.
Gli nascondeva ella la parte migliore del suo linguaggio, come gli celava il suo cuore? Egli non lo seppe mai, — nulla poteva fargli supporre in lei un proposito, un rifiuto deliberato; — quando alle sue insistenze per avere una versione ella rispondeva: — non so, — il suo volto pigliava l’aria della più sincera, della più candida ignoranza.