Ma il conte non poteva persuadersi che lo spirito fosse così scarso, così rudimentale sotto quella bella fronte pensosa, in quegli occhi profondi. Egli si paragonava a Faust, e si crucciava di non potersi far comprendere da quella Margherita viva e vera.
Sentiva talvolta per lei quella ripugnanza di stanchezza che si sente per la materia ribelle di un lavoro sfortunato. L’evitava allora, la sfuggiva; un vero scoramento gli rabbuiava lo spirito. Poi colla riflessione tornava il suo buon naturale, un raggio di serenità squarciava la caligine della disperazione; l’indulgenza lo ravvicinava a lei, gliela mostrava buona, innocente, ingenua. E per due o tre giorni egli ridiventava fiducioso, tenero, per ricadere daccapo nell’accasciamento. Ma gli impeti erano sempre più lunghi e gli intervalli sempre più radi.
XVII.
Verso il fine di ottobre Emanuele si ammalò di una specie di tifoidea, che altra volta l’aveva preso in seguito a soverchia tensione di spirito.
Una sonnolenza febbrile lo teneva per parecchi giorni immobile, in uno sbalordimento pesante; le immagini, le percezioni passavano confuse sul suo cervello come una visione sbiadita.
Una fantasia lo tormentava: era una principessa rinchiusa in una torre dalla gelosia di un castellano. Egli ne udiva i lamenti, le malinconiche canzoni: — riconosceva la voce di Luscià. E poi s’immaginava d’essere il tiranno; sognava misteriosi tentativi di fuga, minaccie, pericoli: sognava di perderla, gliel’avevano tolta. E soffriva volta a volta del dolore di lei e delle gelosie dell’inumano carceriere.
Dopo una crisi violenta la febbre cessò; svegliandosi un mattino vide Aurelia che dormiva in una poltrona al capezzale. L’alba trapelava dalle commessure delle imposte.
La vecchia governante, appena saputo del suo male, era salita al castello a farvi valere i propri diritti, — che nessuno si curò di contestarle. Trovato vuoto il suo antico posto d’infermiera, ci si era installata e non l’aveva abbandonato un minuto.
Il giorno saliva; il conte si guardava intorno come per cercare qualcuno. Chiudeva gli occhi, li riapriva, si voltava.