— Come farò? — risposi scherzando: — ecco come farò.

E diedi fuoco alla macchinetta del caffè.

— Bravo! — mi disse melanconicamente; ed io le raccomandai di non affannarsi, di non darsi pensiero di nulla, di pensare solo a guarire presto per togliermi d’imbarazzo.

— Quanto sei buono! — mormorò.

Disse proprio così; la notte, queste tre parole suonano ancora nell’aria chiusa della mia cameretta. Io le sento e me ne compiaccio, perchè non mentiscono; sebbene gli uomini ed il destino abbiano fatto di tutto per guastarmi, io sono buono.

Faustina morì raccomandandomi di non mi lasciar abbattere dal dolore, di non mi ammalare, di vivere per la felicità della nostra creatura, che allora aveva dodici anni.

Le ultime volontà della mia povera compagna mi furono sacre: io feci tutto quanto ella aveva desiderato, e non mi lasciai abbattere dal dolore, e non mi ammalai, e vissi.

Dinanzi al cadavere bianco di Faustina, tutto ciò mi pareva impossibile, ma la mia volontà trionfò del mio aspro tormento.

Cominciò la nuova vita, la mia vita quasi monastica, che dura da quindici anni, e che ho sopportato fortemente fino ad oggi.

Serafina era un grave impiccio per un uomo solo: bisognava metterla in collegio, e le ottenni un posto semi-gratuito in un istituto del mio paese, a Bergamo. Essa vi andò piangendo, e mi bagnò le mani di lagrime nel separarsi da me.