II. IL MIO TEMPO PASSATO
(Dal taccuino di Marcantonio)
Le mie tribolazioni cominciano dal giorno che morì Faustina, buon’anima.
Faustina era mia moglie da quattordici anni; essa era scesa fino al fondo del mio cuore, mi apprezzava degnamente, e compativa le mie debolezze. La parola, fra lei e me, era quasi diventata inutile: io gettava uno sguardo intorno, ed essa accorreva, perchè aveva letto il mio pensiero. Era riuscita a levarsi spesso prima di me, e lo faceva senza aprire le imposte delle finestre; si vestiva al buio e se n’andava in punta di piedi per non turbare un riposo di cui io doveva avere tanto bisogno — così si ostinava a dire, ed io non le contraddiceva, perchè è cosa dolce abbandonarsi alle carezze senza resistere, e con certe anime deboli e gentili è perfino cosa meritoria. La natura carezzevole di Faustina ne era contenta, la mia pure. Quello era il tempo felice!
Negli ultimi mesi che fu al mondo, mia moglie era d’umore melanconico, e spesso si nascondeva per piangere liberamente. In mia presenza però sorrideva sempre, qualche volta rideva ancora; non voleva gettare il turbamento nell’anima mia. Così mi sorrise fino all’ultimo; una mattina mi chiamò al suo capezzale, e mi annunziò che non si sarebbe alzata, nè quel giorno, nè mai. Me ne chiedeva scusa, come se ci avesse colpa.
— Come farai? — mi disse.