Sì, è necessario; ma pure, ogni giorno, egli si dimentica di fornirsi di sigari, e ne chiede a me, che mi sono fatto la regola di comprarne uno solo prima di desinare.
Quando il professor Gerolamo ha il sigaro fra i denti, incomincia a mordere — prima il sigaro, poi il prossimo. La letteratura è per lui un buon pretesto per isfogare il malumore; è in collera più che tutto, col suo collega di storia e geografia, il quale ha pubblicato un libro sulle origini..... su quali origini?.... ed ha osato scrivere gli per le, proprio nella prima pagina, e altrove ci per vi, e non è un errore di stampa, e tavolo per tavola, e sentire per udire, e non so quanti altri errori ed orrori, poichè io gli bado appena. Dopo il collega della storia e della geografia, l’amico Gerolamo se ne va di qua e di là a pigliare pel bavero il signor Ipsilon, il signor Zeta ed altri signori lodati dalla stampa (la stampa? si chiede lui tra parentesi... quattro ragazzi bocciati agli esami di licenza liceale) e letti avidamente dal pubblico (il pubblico? quale? in Italia non c’è pubblico!). Il prof. Gerolamo protesta che quelli non sono scrittori, che la letteratura non è quella cosa scempia che i giornali lodano e che il pubblico paga, ma è ben altro; del resto, egli lascia intendere che del disgraziato Ipsilon e dell’infelice Zeta ha letto una dozzina di pagine, a dir molto, e non ne ha pagate nemmeno una.
Se non ho altro per il capo, la ciancia mordace di Gerolamo mi diverte tanto tanto, ma non al modo che egli immagina.
— Pare anche a te? — mi domanda.
— Se mi pare! — dico alzando gli occhi al cielo; ed egli s’infervora, ed io mi diverto a contemplare da tutti i lati quella sua curiosissima mania di credersi offeso dalla notorietà degli scrittori moderni più celebrati, solo perchè egli ha intenzione di scrivere un libro e di farsi celebrare.
Mi sembra ingegnoso il suo metodo di pigliare un letterato oscuro e di metterlo con enfasi accanto ai più noti, per sentenziare che vale più di tutti quanti presi insieme, sebbene non valga gran che. Certo è ingegnosissimo quell’altro espediente di disseppellire un morto per accoppare un vivo; ma, più di tutto, mi riempie di meraviglia la sicurezza con cui, dopo avermi circondato di rovine, egli, per riposare il mio spirito sbigottito, tenta di condurlo con dolce violenza alla contemplazione estatica dell’idea del libro che scriverà un giorno.
Tenta, ma non sempre riesce, anzi non riesce quasi mai, perchè il più delle volte, mentre il suo egoismo s’infervora a distruggere biblioteche per preparare uno scaffale al gran libro nascituro, io lo pianto alla chetichella, e me ne vado con altri pensieri altrove.
Non avviene più che io parli di me stesso e delle cose mie; ci cascai una volta e subito mi avvidi che egli era distratto — perciò taccio, mi godo il suo cicaleccio finchè mi accomoda, e quando ne sono infastidito, lascio che il rumore uscente dalle sue labbra si confonda per l’aperta campagna col chiasso che fanno i grilli sul limitare delle loro tane e le raganelle sui gelsi. Io non pretendo già che il professor Gerolamo stia zitto; sparli finchè vuole, ma si accontenti d’un cenno del capo per risposta, e mi accompagni, nel fervore delle sue notturne dimostrazioni, fino all’uscio di casa.
— Buona notte, dolcissimo amico. — Buona notte! — Egli se ne va a casa, ed io me ne vado a letto.
La mia giornata è finita.