Dopo la passeggiata, me ne vado, senza fretta, alla scuola, dove giungo aspettato, ma non desiderato, da una ventina d’alunni punto affamati della mia scienza.
È cosa intesa fra noi che l’ente crea l’esistente. Combattuta da questa bugia enorme, la nostra amicizia non è molto cordiale, e non durerà un pezzo. Appena entrato in iscuola, io leggo in faccia ai miei scolari, non uno eccettuato, una gran speranza tradita: la speranza d’una infreddatura, o d’un febbrone, o d’un altro qualsiasi accidente, che mi avesse inchiodato in letto per una lezione almeno.
La lezione comincia e finisce; qualche volta interrogo i più attenti, per accertarmi che non hanno capito nulla, poi ci separiamo con piacere. Io me ne vado portando meco il mio segreto contrario al programma d’insegnamento, essi mi guardano a bocca aperta, stupiti della conformazione del mio cranio, che ha potuto accogliere una filosofia così tenebrosa. Io penso: se un giorno solo annunziassi dalla cattedra che l’esistente ha creato l’ente perchè gli faceva comodo, quale scompiglio! e che luce! Io credo che la freddezza dei miei scolari svanirebbe come per incantesimo, e che la mia dottrina si farebbe strada attraverso i crani più duri. Ma il programma non vuole.
Dopo la scuola del mattino, e prima della scuola pomeridiana, io faccio colazione alla birreria Trenk; ho esperimentato che la birra tedesca bisogna mandarla giù come la filosofia tedesca, a onde, meglio che a sorsi, e cogli occhi chiusi. Il prosciutto cotto merita più attenzione; io mi raccomando al cameriere perchè il destino, che regola le cose umane, non mi faccia le fette di prosciutto troppo sottili, e non mi riempia mezzo il bicchiere di spuma.
A desinare, mi trovo in compagnia numerosa; i miei compagni di mensa sono giovani uffiziali allegri, che non fanno molta fatica a sopportare con una certa rassegnazione il commensale taciturno. Alla loro età si è tanto felici e spensierati, che quasi si dimentica d’essere egoisti. E poi, io sono l’ombra del raggio di sole che cade sulla loro mensa comune; mi pigliano come un contrasto; quando vogliono dire qualche corbelleria, mi guardano sott’occhi, e mi sorridono per placarmi anticipatamente, ed appena la corbelleria è detta, ne ridono con gran chiasso. In compenso, vogliono che io sia il primo a servirmi di minestra e di lesso, e mi fanno altre garbatezze con modi un po’ soldateschi, ma piacevoli.
«Ecco gli uomini! — dico dentro di me — questi ufficialetti, che si reputerebbero violati nell’onore se, per istrada, uno si fermasse a squadrarli da capo a piedi, senza intenzione di offenderli, subiscono il segreto fascino d’un disprezzo, che si estende a tutto il genere umano!»
Alle frutta, fa regolarmente la sua apparizione il professor Gerolamo, mio buon amico e collega, maldicente instancabile, il quale viene a prendere il suo uditorio a tavola per menarselo a spasso attraverso i campi.
— Hai un sigaro? — mi dice appena siamo all’aperto.
— Ne ho uno solo — rispondo.
— Bisognerà che io ne compri — conclude.