— Ma la carità — dico io — il cuore?
— La carità — dice lui — il cuore... — e mi spiega la sua teorica, frutto maturo di trent’anni di pratica. La carità, egli me lo assicura, non è se non segreto terrore della miseria. Togliete l’istinto superstizioso — egli mi dice — e tutti faranno come voi, non mi daranno un soldo.
— È un mestiere faticoso il vostro? — gli domandai un giorno.
— Mi era faticoso — mi rispose — nei primi tempi; ora no.
Quando, giovane ed inesperto, correva di qua e di là come un ossesso, zoppicando forse più del necessario, oppure si addossava al muro e si sfiatava a gridare a quanti passavano la sua miseria, allora sì, era faticoso; ma un po’ alla volta aveva imparato a zoppicare con metodo, a giudicare la sua clientela dalla faccia e dal passo, ed ora non isbagliava quasi mai.
Mentre discorriamo, passa accanto a noi una gente varia, a cui egli non bada neppure; a un tratto invece, tronca il discorso e mi pianta per attraversare un viale e presentarsi a riscuotere il suo denaro. Io lo interrogo alla muta, egli mi indovina e dice col suo risolino:
— Mi ha dato due soldi; quel giovinetto aveva l’aria felice. Deve essere un innamorato; gli innamorati sono buoni clienti, io non so spiegare perchè...
Lo so ben io. L’amore è un momento egoistico. Gli innamorati sono la gente più egoista che sia al mondo, ma fanno l’elemosina per spensieratezza, o anche perchè sentono in sè stessi una falsa grandezza, uno stordimento, che li spinge alle imprese generose ed al fasto; il meno che possano fare per pigliarsi sul serio, è far l’elemosina ad un mendicante.
Compiangiamo questa povera umanità, bambina e decrepita.
Torno a me stesso.