— Pensa a tua madre — provai a dirle; — essa non piangeva mai; essa attraversò la vita sorridendo sempre; impara anche tu a sorridere al tuo povero padre abbandonato.
Udendo questo, Serafina ricominciò a piangere, e non ci fu verso di farla smettere. Mi toccò lasciarla fra le braccia della direttrice per non perdere il treno del mezzodì, proponendomi di scriverle appena arrivato a Milano; ma essa fu più sollecita di me, e mi fece trovare quattro giorni dopo a scuola una lettera di quattro pagine tutta bagnata di lagrime. Quella epistola, giunta con tre giorni di ritardo, perchè diretta ad un «Abate professore Marco Antonio», mi diede da pensare; vi notai un’anticipata abbondanza di frasi e di parole romantiche. Mia figlia, che era sempre stata la più timida creatura fra quante portano le gonnelle corte, mia figlia, che nel darmi la buona notte non osava aggiungere un bacio, se io dimenticava di incoraggiarla, mia figlia, che aveva per me tanta reverenza da mettere me stesso in imbarazzo, mia figlia che mi considerava, non so perchè, più come professore d’una scienza difficile che non come padre, lei, lei stessa, a dodici anni, trovava nell’assenza un insolito frasario di tenerezze per l’autore dei suoi giorni.
Essa pure, come sua madre buon’anima, mi scriveva: «tu sei buono, tu hai l’anima generosa» e simili.
Il caso mi sembrò grave, e mi affrettai a rispondere per consigliarle di andar cauta nella scelta delle letture e nell’uso delle frasi che trovava stampate nei libri. Mi ricordo che le dicevo:
«Bisogna scrivere alla buona, semplicemente, più col cuore che colla fantasia, e sopratutto bisogna essere sinceri; impara fin d’ora a sospettare delle frasi che suonano molto, perchè, per lo più, sono piene di vento; e finchè tu non abbia acquistata l’esperienza necessaria, meglio è rifiutare quelle parole che non sono d’uso comune, perchè potrebbero essere monete false.»
Mi rispose prontamente per dichiararmi che aveva inteso benissimo, e ringraziarmi dei preziosi consigli, i quali, diceva, già erano scolpiti nel suo cuore. Ma la lettera cominciava così: «padre adorato!»
La mania epistolare di mia figlia era tale, che diventava necessario mettervi un argine, anche per non aggravare il bilancio domestico con una spesa eccessiva di francobolli. Presi dunque il partito di ritardare le mie risposte, proponendomi di aprire l’animo mio a Serafina nelle vacanze pasquali.
Avevo promesso, un po’ sbadatamente, di andarla a pigliare per condurla a casa durante queste benedette vacanze, e non ci fu verso di farle intendere che, dopo matura riflessione, non avendo io tutti gli agi di una volta, non avrei potuto riceverla in casa senza grave disturbo. Non volevo spingermi fino ad un rifiuto esplicito, che sarebbe sembrato crudele a quella testolina piena di frasette; ma avrei avuto caro che essa stessa, sebbene fanciulla, comprendesse il grave impiccio che mi doveva dare colla sua venuta. — Non comprese un’acca, e nel suo egoismo infantile volle a tutti i costi che io lasciassi le mie occupazioni per pensare a farmi la valigia, ed andarmene alla stazione, e poi a Bergamo, a prenderla.