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Quando mia figlia se ne andò, ed io mi ritrovai un’altra volta solo nelle mie stanze, dissi a me stesso che quella difficile prova della paternità era andata meglio di quanto potessi ragionevolmente presumere, e che l’idea di Serafina di lasciare il collegio prima del tempo per fare la padroncina di casa aveva del buono. Ne aveva tanto, che cominciai a pensarvi sul serio. Era cosa certa che io spendeva più che non comportassero i miei bisogni — la mia casa era troppo ampia per me solo, ed io non mi sarei più potuto adattare alla prigionia di una cella da scapolo; la mezza pensione del collegio, anche così dimezzata, si mangiava tutto intero uno stipendio di professore di filosofia; a mangiarmi io l’altro, non avrei avuto bisogno d’un grande appetito; e se il mio appetito era robusto e rimaneva soddisfatto, lo dovevo agli interessi dotali della mia defunta, la quale mi aveva voluto nominare usufruttuario del suo piccolo patrimonio.
Certamente, mia figlia doveva assomigliare in tutto a sua madre; essa sarebbe vigilante, affettuosa, ed un poco indovina per prevenire i miei desiderii. Si spenderebbe meno e si starebbe meglio, lei ed io — sopratutto lei. Cominciai a non potermi togliere dal capo questo sogno; — ogni mattina, quando entrava in casa Anna Maria, mi pareva di vedere quel donnone massiccio sotto gli ordini d’una donnina minuscola, e, non so perchè, ci trovavo gusto; era una immagine non ancora abbozzata, che già mi prometteva un capolavoro. Non succede forse così ai grandi artisti?
La tentazione fu lunga, perchè bisognava guardare le cose da tutti i lati, e almeno almeno aspettare il termine dell’anno scolastico prima di dare quella grande felicità a mia figlia. Fu un giorno che, sul punto di dar fuoco al fornelletto per farmi il caffè, mi avvidi che mancava l’alcool e che non ce n’era nemmeno in cucina; fu quel giorno che presi la determinazione.
«Serafina — dissi a me stesso — verrà a passare le vacanze col babbo, ma ignorerà tutta la sua felicità per un poco: se essa, e non ne dubito, farà la padrona di casa con un certo garbo, se, sottoposta da te ad un esame quotidiano, ti darà saggio di aver imparato almeno ciò che le ragazze non devono ignorare, promettimi che l’anno venturo non la manderai più in collegio.»
Lo promisi.
Serafina venne durante le vacanze, e fu messa alla prova senza che se ne avvedesse. Quella ragazza era nata colle chiavi della dispensa e della guardaroba in tasca! Aveva tredici anni appena, ma ne dimostrava più di quindici, tanto era sviluppata; rizzandosi in punta di piedi, arrivava non solo ai cassetti più alti per chiuderli e per aprirli, ma anche all’orologio a pendolo del salotto per caricarlo. Serafina non poteva vedere un bruscolo di polvere sopra uno stipite senza sentirselo addosso; — dove non arrivava colle sedie adoperava lo scaleo, o chiedeva l’aiuto di Anna Maria, e quando era riuscita nel suo intento, non era soddisfatta ancora, guardava in alto come cercando il nemico.
— Chi sa — mi diceva talvolta sospirando — quanta polvere vi è sul cornicione che corre in giro alla vôlta!