— Chi lo sa? — rispondevo scherzando; — spero bene che non ti sarai arrampicata fin lassù.
A me quella guerra spietata alla polvere sembrava soverchia.
— Un giorno o l’altro, la polvere si vendica — dissi a mia figlia; — ma essa non comprese il significato profondo della mia sentenza, ed io stesso non credeva che ne potesse avere un altro; bisognerebbe guardare sugli stipiti ora che la polvere della mia casa non ha altro nemico che Anna Maria, per intendere quanto si è vendicata.
Serafina teneva i miei conti con un’esattezza mirabile; mi sapeva dire a memoria quanto avevamo speso ogni giorno ed ogni settimana, poi mi offriva una prova della sua infallibilità: il registro della spesa diaria.
Da questo lato le cose andavano benone, ed io fui più d’una volta tentato di darle la notizia della felicità che le serbavo; ma se le chiedevo chi era Sesostri, chi era Tutmes o chi era Demetrio Poliorcete, la mia donnetta di casa diventava ad un tratto una bambina, si faceva rossa rossa, e dopo un disperato tentativo per indovinare, mi confessava che non lo sapeva.
— Ma non studiavate la storia in collegio?
Sì, la studiavano, ma di Tutmes e di Sesostri se ne era dimenticata.
Qualche volta sbagliava io stesso nell’interrogarla; le chiedevo, per esempio, chi era Carlo Alberto, o perchè un corpo abbandonato a sè stesso cade. Essa apriva tanto d’occhi a guardarmi estatica, e quando io diceva con accento di rimprovero: è storia patria moderna, è fisica elementare, essa alzava la voce, e le splendeva la gioia in viso nel farmi sapere che, in collegio, quelle cose non si insegnavano ancora.
— Sai bene? — diceva — non ero che in quarta!
La sua educazione letteraria era abbozzata appena; quanto alla storia, alla geografia, alla storia naturale, alla fisica, alle prime nozioni filosofiche, era tutto da fare.