— Non sa proprio nulla! — dicevo disperatamente. — Come si fa? Non sa proprio nulla!

Nulla proprio, no; delle quattro operazioni, per esempio, era padrona; sapeva anche i numeri decimali e le frazioni. Mettendole in mano dei buoni libri, facendo patti chiari e severi, forse era possibile ancora combinare il mio desiderio coi miei doveri paterni, e renderla felice. Forse... La guardavo e non le dicevo nulla.

Quando si vedeva così guardata, Serafina, temendo forse un’insidia storica o geografica, si affrettava a mettere tutta la sua attenzione in qualche cassetto, e, appena poteva, se ne andava in un’altra stanza. Io, rimasto solo, pensava alle cose che le fanciulle devono sapere, e riconoscevo che, a conti fatti, non sono molte, e che quelle che possono ignorare sono assai più.

Un giorno, qualcuno mi suggerì: «Le ragazze ne sanno sempre di troppo per un marito accorto.» Ed io ripetei fra me e me con una piccola variante: «Le ragazze ne sanno sempre abbastanza per un babbo indulgente.»

— Sai? — dissi forte a Serafina, che erasi arrampicata sullo scaleo e stava nettando la cornice d’un quadro — mancano venti giorni a rientrare in collegio, ma io ho deliberato di renderti felice; scendi e vieni ad abbracciare tuo padre. Sulle prime non comprese; ma si voltò e mi vide ai piedi dello scaleo, a braccia aperte, come la provvidenza. Allora mi si buttò addosso, dall’alto, scrollandomi tutto.

— Dici davvero? Non andrò più in collegio?

— Sì — risposi, cercando inutilmente di staccarmela di dosso — non vi andrai più; sei contenta? Ma bisognerà fare dei patti.

— Facciamoli.