Allora essa si asciugò il volto e rise.
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Qui comincia il mio secondo tempo felice. Furono sei anni di pace, durante i quali mia figlia cresciuta fino a non aver bisogno della seggiola per arrivare col piumino agli stipiti delle porte, si fece anche bella e vezzosa. Assomigliava in tutto a sua madre buon’anima, ed a me pareva di aver ritrovato quel tempo della mia vita, in cui, professore e marito novellino, ero ugualmente contento della mia sposa e della mia cattedra. Più tardi, mi si era ammalata la moglie, e mi si era ammalata la filosofia; e più tardi ancora, anche quell’ombra della prima felicità mi doveva essere contesa — si ammalò mia figlia.
Si ammalò all’improvviso, una brutta sera di maggio, attraversando la Galleria Vittorio Emanuele al mio fianco. Fu una specie di colpo di sole all’ombra, e quando essa, ridotta alle ultime trincee dalla mia dialettica, me lo confessò piangendo, io non seppi credere alle mie orecchie, e la pregai di ripetere. Essa, invece di contentarmi, pianse più forte e se ne fuggì nella sua camera — ed io rimasi là, colle braccia in croce, a contemplare sull’ammattonato il mio bel balocco infranto.
Serafina dunque si era innamorata; aveva 19 anni appena, e già pensava di abbandonare suo padre, e per chi? per un giovincello non mai veduto, coi baffetti a punta, l’occhialetto sul naso, bruno, piccolo e grasso — forse un tenore od un baritono a spasso, domiciliato in Galleria Vittorio Emanuele.
Quel messere aveva visto mia figlia, e mia figlia aveva visto lui; io non aveva visto nulla. Egli ci era venuto dietro fino al portone di casa, e da quel giorno aveva cominciato a passeggiare sotto le mie finestre. Me lo trovavo fra i piedi sempre che andavo a scuola, e un giorno l’imprudente ebbe anche l’audacia di sorridermi e di salutarmi.
Avevo sperato sul principio che mia figlia facesse giudizio, ma invano. Essa non mi trascurava, tutt’altro; era sempre attenta e pronta, sempre in guerra colla polvere di casa; ma da poco in qua, cantava delle romanze, mentre non ne aveva cantato mai, e piangeva più del solito.
Era chiaro che mia figlia aveva capito, come me, che il suo innamorato cantava, ed io temeva che sapesse già in che chiave, e in quali piazze e quale era il suo repertorio. Questa gente di teatro è avvezza agli intrighi del melodramma, e perciò è ardita. «Forse le ha scritto!» pensavo. Sapevo mia figlia afflitta da un’antica mania epistolare, e dicevo: «Forse gli ha risposto, forse, a quest’ora, si scrivono e si rispondono liberamente, in barba alla filosofia di un padre minchione.»