— Avanti! — disse la voce di Serafina.

Entrai. Mia figlia stava ritta dinanzi al letto; aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto; sul guanciale s’indovinava ancora l’impronta della sua faccia e delle sue lagrime.

— Non sono io tuo padre? — dissi senza collera; — non vivo io forse per la tua felicità, e non hai tu promesso di considerarmi come il tuo migliore amico?

— Oh! babbo, babbo mio! — esclamò; e tese le braccia verso di me senza muoversi.

Compresi subito che le mie parole lasciavano aperta la via all’equivoco, poichè vidi brillare negli occhi di Serafina una speranza irragionevole. Brillano anch’esse le speranze irragionevoli, tali e quali come le altre.

— È mai possibile — proseguii — che mia figlia abbia dimenticato sè stessa fino a ricevere lettere da un giovinotto e forse scriverne?

Essa chinò il capo sul petto — non negava nulla.

— Sai tu almeno chi è quest’uomo che hai preso sulla strada per metterlo fra te e tuo padre? Sai tu che egli è un commediante, peggio ancora, un cantante, un tenorino forse, che ieri ancora faceva il parrucchiere od il macellaio, e domani canterà in un teatro di provincia?

Serafina faceva di no col capo, ma non osava rispondermi.

— Dove sono le lettere che ti ha scritto? — dissi.