Non isperavo già che essa mi avesse a consegnare le lettere, come fece, estraendole dal seno; e fu quest’atto romantico, ma leale, che mi troncò in bocca le parole.
Io presi quei fogli colla punta delle dita, guardando da un’altra parte. Non volevo vedere la preghiera muta che mia figlia mi faceva cogli occhi, per non lasciarmi vincere dalla debolezza, ed uscii tranquillamente com’ero venuto. Nel richiudermi l’uscio alle spalle, giunse fino a me un singhiozzo ed il rumore d’un corpo che ripiombava sul letto.
Andai a chiudermi nella mia camera, e lessi quelle lettere. — Erano tre in tutto, e le lessi in ordine di data. Nella prima, Iginio Curti domandava a sè stesso se egli avesse o no la fortuna d’essere stato veduto da mia figlia; nella terza, Iginio Curti chiedeva a mia figlia se si sarebbe lasciata sposare. Soltanto a quest’ultima mia figlia aveva risposto per iscritto; appariva chiaro dal tenore delle altre due che prima si era solamente ingegnata di rispondere cogli sguardi e coi languori; quando essa mi camminava al fianco in Galleria e quando io beveva ingenuamente la birra di Vienna al caffè Gnocchi, allora appunto essa tradiva la fiducia di suo padre.
Dalle tre lettere risultava che Iginio Curti non cantava nè in chiave di tenore, nè in chiave di baritono, ma bensì in chiave di basso, e che faceva il basso comico, in altri termini, il buffo. Era di buona famiglia — diceva lui — suo padre faceva l’avvocato, e solo l’amore dell’arte aveva spinto lui nella carriera del teatro. Non era ricco, ma possedeva pure qualche cosuccia; metteva ai piedi di mia figlia ogni cosa presente e futura, egli diceva «il suo avvenire» — questo avvenire doveva essere bello; già aveva cantato a Vigevano ed a Lecco, e v’aveva fatto furore (era costretto a confessarlo vincendo la modestia) — le scritture non gli mancavano; doveva fare il Barbiere di Siviglia e i Falsi monetari a Taganrog in primavera. Il suo proposito era di sposarsi subito e passare la luna di miele in Taganrog.
Si stenta a comprendere che una fanciulla di diciannove anni non cascasse dall’alto trovando un buffo dove aveva sicuramente immaginato un tenore; ma superato questo passo difficile, si capisce benissimo tutto il resto. Iginio Curti era, come volgarmente si dice, un bel giovane, aveva della baldanza, scriveva con un certo spirito e faceva balenare alla ragazza l’allettatrice idea d’un matrimonio immediato, d’un lungo viaggio di nozze e d’una luna di miele all’estero.
Io afferrai subito ciò che v’era di buono in questa lettera — la scrittura di Taganrog. Cacciai l’autografo di Iginio Curti in un cassetto, e proibii a mia figlia di ricevere lettere in mia assenza.
Che fanno le ragazze quando non vogliono dire nè sì, nè no? Piangono. Così fece Serafina, ed io mi fidai, perchè le sue lagrime mi parevano spremute dal pentimento.
Due giorni dopo, Iginio Curti scriveva a me stesso, facendomi la domanda esplicita della mano di mia figlia. Non mi nascondeva d’aver fretta, essendo scritturato per cantare nel teatro di Taganrog; mi dava ampie notizie della sua famiglia e del suo parentado, e mi pregava di prendere subito le informazioni. Non chiedeva se mia figlia avesse dote, dichiarandosi pieno di fiducia nella bell’arte del canto, che doveva nutrire il buffo, la moglie del buffo e i figli nascituri del buffo.
Ai lumini della ribalta aveva un ben di Dio; anche qualche cosa al sole non gli mancava. Dunque?...
Egli scriveva colla baldanza di chi si crede sicuro del fatto suo; faceva la cosa più seria della vita in uno stile vivace e allegro. La mia risposta fu breve, ma pronta.