«Serafina — dicevo al buffo — ha diciannove anni soltanto, e non pensa ancora al matrimonio; sa che il suo povero padre non ha che lei al mondo, e non vorrà abbandonarlo mai per seguire il marito in paesi lontani, per esempio a Taganrog. Mia figlia — conchiudevo — piglierà marito a suo tempo, lo piglierà di suo genio, col consenso del babbo, e lo sceglierà fra gli uomini che non viaggiano. Dolente...... eccetera....»
Non avevo voluto informare Serafina di questo carteggio per risparmiare a me ed a lei nuove lagrime; mi lusingavo d’aver condotto il negozio con arte e di essermi sbarazzato per sempre di Iginio Curti. Invece no. Il basso comico tornò alla carica con una lettera di quattro pagine fitte, in cui negava con sfacciata ipocrisia tutte le mie parole. Forse non era vero che mia figlia non fosse disposta a seguire il marito anche agli antipodi, sebbene adorasse il babbo; forse non era vero che mia figlia si adatterebbe a sposare più tardi un uomo qualunque scelto fra quelli che non viaggiano. Bensì era vero, proseguiva, lasciando risolutamente la sua parte di Don Basilio, che i genitori devono rassegnarsi a fare la felicità delle loro ragazze, anche col sacrificio dei propri affetti e dei propri comodi.
Conchiudeva con una sentenza: «l’eccesso di zelo nel preparare la felicità dei figliuoli, qualche volta è egoismo, o almeno sembra.» Implorava dal mio cuore paterno.... eccetera.
Questa volta mi parve d’aver in pugno la distruzione del basso comico, o di tutte le sue speranze almeno.
— Leggi — dissi a mia figlia — e apprendi a quale uomo tu eri disposta a legarti per tutta la vita; leggi e giudica tu stessa, quanto valga questo buffo che anteponevi a tuo padre.
Essa lesse piangendo, e dopo aver letto pianse ancora.
— È vero quello che egli dice, che tu saresti disposta a seguirlo anche in Taganrog? Rispondi.
Nessuna risposta.
— È vero che abbandoneresti tuo padre per seguire un ignoto anche agli antipodi? Rispondi.
Nessuna risposta.