— Lo sapevo bene io che non è vero. Ma questa commedia ha durato troppo; il signor Curti non avrà nemmeno l’onore di una risposta alle sue insolenze, e dimostrerai a quel basso comico di avere un padre diverso da quelli che egli rappresenta nelle opere buffe. Mi raccomando, non se ne parli più.

Non se ne parlò più, ma io vedeva bene che la cosa non era finita. La vigilia di partire per Taganrog, il buffo ebbe l’impertinenza di mandarmi il suo biglietto di visita p. p. c.; dopo di che, non ne seppi più nulla per un buon mese.

Un giorno, mi capitò sotto fascia una gazzetta teatrale, in cui si narrava che il pubblico di Taganrog aveva fatto non so che feste a Iginio Curti, insuperabile nella parte di Don Basilio. La gazzetta era diretta al Signor Abate prof. Marco Antonio, tale e quale come le lettere che mi scriveva un tempo mia figlia.

Non occorre dire che Serafina non vide la gazzetta, e che di Taganrog, di Don Basilio, di battimani e d’altro, almeno da me, non seppe nulla.

Io intanto veniva studiando sul viso e nei modi della mia ragazza come si fosse accomodata all’idea di perdere il suo cantante. Mi pareva propriamente che non vi pensasse più; non la vedevo piangere più del solito, e la trovavo mattina e sera pronta a far la guerra alla polvere domestica. Solamente, non aveva più smesso di cantare, ed erano le cabalette del repertorio buffo quelle che essa preferiva. Per esempio, quando seppi che Iginio Curti si era fatto applaudire a Taganrog nella parte di Don Basilio, notai che Serafina cantava da qualche tempo: Ma se mi toccano dov’è il mio debole; e quando un’altra gazzetta venne a farmi sapere che Iginio Curti si era coperto di gloria facendo la parte di Crispino, Serafina, già da una settimana, non aveva altro in bocca che: Se trovasti una comare, io trovar saprò un compare.

Salvo questi indizi, che in fondo non provavano nulla di male, non notai altro. La mia casa era sempre la più netta fra tutte le case dei professori: la mia camera non era indegna di albergare un filosofo mondano, e la mia mensa modesta poteva nutrire benissimo un paio di filosofi epicurei.

Bisognava, a buon conto, prevenire il ritorno trionfale di Iginio Curti. Quando il buffo fosse un’altra volta a Milano con un carico di allori esotici da deporre ai piedi di mia figlia, le ostilità potevano ricominciare, ed io non mi sentiva voglia di leticare con Crispino dei Tacchetti imbaldanzito dai battimani. Il mio disegno era semplice: maritare mia figlia, darle uno sposo di mio genio, che non ispiacesse nemmeno a lei, s’intende, perchè non volevo sacrificare il mio sangue; uno sposo che non fosse costretto a viaggiare e che appartenesse alla nostra famiglia, fosse cioè professore d’un liceo.