Ci era appunto il preside d’uno degli Istituti in cui facevo scuola; era uomo ben conservato, valido certamente più di tanti giovinastri, e da qualche tempo pensava ad alta voce al matrimonio. Egli era anche professore di matematica, e un giorno mi aveva parlato con un risolino molto strano d’una X incognita, che ci cammina accanto per tutta la vita e ci piglia poi all’improvviso. L’allusione ad una sposa generica era evidente; ma egli era mio superiore, e non si faceva lecito di alludere apertamente a mia figlia — bisognava rendergli facile la cosa, fare magari mezza la strada io. Più ci pensavo, e più vedevo la convenienza di quelle nozze; il preside Martini era un partitone; aveva forse quarant’anni, forse quarantacinque, ma non più; colla carica di preside e colla scuola di matematica, si guadagnava le sue cinque mila lire tonde; quando volesse, potrebbe guadagnarne anche più dando lezioni private; era cavaliere della Corona d’Italia e dei Ss. Maurizio e Lazzaro, membro di tre o quattro Accademie scientifiche — era anche un bell’uomo, alto, robusto, un po’ calvo, ma pieno di dignità. Ah! se la mia ragazza avesse avuto un po’ di giudizio!
Le svelai la mia idea, e voi indovinate subito come l’accolse: piangendo. Dopo questo preambolo, mi disse addirittura che non pensava al matrimonio.
— Ma ci penso io — dichiarai; — io non sono eterno, e non posso lasciarti sola nel mondo.
Sapete che cosa mi rispose? Che nemmeno il preside Martini era eterno, e in questo non aveva torto. Messa alle strette, finì col dirmi che essa aveva giurato d’essere del buffo o di rimanere zitella.
— Rimarrai zitella — dissi.
Chinò il capo, ed io voltai le spalle per non vederla piangere.
In quel tempo, giunse la notizia che in Russia era scoppiato il colera, e che mieteva molte vittime. «Se infierisce il colera, pensai, i teatri russi si chiudono, la stagione di Taganrog finisce prima del tempo, e fra una settimana il buffo Curti passeggierà in Galleria Vittorio Emanuele.» La notizia aveva pure un lato buono. Poichè il colera mieteva, per esempio, cento vittime il giorno, ed io non aveva alcuna speciale affezione al buffo Curti, potevo benissimo, senza desiderare il male del prossimo, far voti perchè il buffo Curti pigliasse il posto d’un’altra persona seria, che fosse padre di famiglia, sostegno di parecchi figliuoli, e magari d’un vecchio padre ottuagenario. Ma il colera è una epidemia senza giudizio; andò a Taganrog, fece chiudere i teatri, spedì all’altro mondo parecchi galantuomini ammogliati con prole, e lasciò intatto Iginio Curti, il quale, quindici giorni dopo, si arricciava i baffi dinanzi al caffè Gnocchi in Galleria, e contava i suoi trionfi e quelli del colera in Taganrog nello stile dei cantanti e dei superstiti.
Non tardai a ricevere un’altra lettera del mio persecutore.
Mi annunziava che egli era sempre fermo nel proposito di sposare mia figlia, e che io, per fare proprio una bella cosa, dovevo affrettarmi a dare il consenso per il matrimonio; si farebbero le nozze alla lesta, poi si partirebbe per le isole Azzorre, dove egli era scritturato per sei mesi. Mi pregava d’una risposta sollecita.