Piegai la lettera in quattro, e la misi a dormire colle altre due in un cassetto.

Che fece allora Iginio Curti? Si presentò incognito all’uscio di casa mia, chiese del professore Abate, senza dire il proprio nome (così assicura Anna Maria), e si fece introdurre alla mia presenza.

Al primo vederlo, sentii che la filosofia mi abbandonava, e che io stava per commettere qualche grosso marrone, ma egli mi prevenne, mettendo le mani innanzi, e dicendo con accento dimesso:

— La prego di non andare in collera.

Io non risposi ed egli proseguì:

— La prego di lasciarmi parlare, non mi respinga senza avermi ascoltato: poi me ne andrò io stesso.

Si guardò intorno cercando una sedia, il che m’indispettì; fortunatamente, nel mio studiolo tutte le seggiole erano ingombre di libri, ed avendo io finto di non badare alla sua mimica, egli fu costretto a parlare stando in piedi.

Mi ripetè tutto ciò che mi aveva scritto; aggiunse solo che non era sua intenzione fare sempre la vita del vagabondo; non era già balzato dalla platea sul palco scenico, come ora s’usa, aveva fatto buoni studi nel Conservatorio di Milano, e se avesse voluto dar lezioni di canto all’estero, i dilettanti lo avrebbero pagato meglio degli impresari.