Ho pensato tante volte a quella strana miscela di lagrime e di ostinazione di cui era formata la mia ragazza; essa mi adorava, non potevo dubitarne, ma aveva promesso di esser di quel buffo, a costo della propria pace, del proprio avvenire, della pace e dell’avvenire di suo padre; e perchè aveva promesso doveva mantenere. Mi avrebbe ucciso piangendo, e poi sarebbe morta di dolore ella stessa per non venir meno al giuramento fatto.

Le conoscevo queste povere anime combattenti, che hanno per arme la debolezza; esse sono le anime vinte, ma invincibili.

Cominciò ad entrarmi nel cervello l’amaro pensiero che mi toccherebbe cedere alla debolezza di mia figlia; due giorni dopo ne fui persuaso.

Ecco quello che mi scriveva il buffo Curti:

«Fra nove mesi vostra figlia avrà compiuto i ventun anni, e sarà padrona di sè, in forza delle leggi civili che ci governano. Essa ha giurato di esser mia, ed io giuro che saprò esser per lei marito, padre, amico, ogni cosa. Decidete.»

Ebbi presto deciso; non risposi a quella lettera, ed aspettai dal tempo giorni migliori. Il tempo mi ridonò i giorni d’una volta tali e quali; mia figlia si rasserenò quando il buffo fu partito per le Isole Azzorre; picchiò sul suo pianoforte il Barbiere ed il Crispino quando giunsero le notizie dei trionfi del suo innamorato, finchè una mattina si svegliò piangendo più del solito, tanto che venne a sedersi a mensa cogli occhi rossi; era il giorno in cui compiva il ventunesimo anno.

Un mese dopo, Iginio Curti era di nuovo in Milano, e si portava via la mia ragazza per farla sua moglie. Di questa brutalità, commessa per eccitamento del Codice civile, ho scolpiti in mente tutti i particolari.

I due disgraziati — lui sempre ridente, lei sempre lagrimosa — volevano risparmiare gli scandali, ed attesero da me il consenso necessario; ma io volli invece che mi intimassero l’obbligo di dare il mio divieto inutile; e lo diedi per iscritto, dopo di che partii. Era tacitamente inteso che, al mio ritorno, avrei trovato la mia casa abbandonata. Durante la mia assenza, essi si sposarono e partirono, e, quindici giorni dopo, rientravo nella mia casa vuota, per ripigliare la vita da scapolo.

Sulla scrivania, Serafina aveva lasciato un foglio, in cui implorava il mio perdono, e mi dava il suo recapito.... all’estero.

Scrissi sotto quel foglio medesimo queste sole parole: «io non ho più figlia» — e lo mandai a Bucarest, salvo errore.