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Stentai ad avvezzarmi alla nuova vita; nei primi tempi non mi sapevo raccapezzare. Il caffè, dove già io soleva andare a prendere il vermut ed a leggere la gazzetta, prima di desinare, aveva fallito; la famiglia che mi aveva tenuto a dozzina, a causa d’un’eredità avuta, aveva rinunciato alla sua piccola industria; i brodi delle trattorie mi sembravano troppo grassi, il vino aspro mi bruciava la gola, il vino denso mi pesava sullo stomaco; la sera, non sapevo che fare del mio tempo, perchè la commedia, in Milano, costa un occhio, e l’opera in musica m’indispettiva dopo il tiro che mi aveva fatto.
Prima di convertirmi alla birra di Vienna ed al prosciutto cotto, prima di trovare il mio posto d’onore alla mensa degli ufficialetti, prima di godermi le maldicenze serotine del mio collega di letteratura italiana, ci volle del tempo parecchio e della filosofia molta.
Del resto, lo confesso, io non soffriva tutto quello che m’era pensato; credo d’essere un padre tenero quanto qualsiasi altro, ma il mio cuore è forte nel sopportare le offese dell’ingratitudine. D’altra parte, i miei affetti hanno una sensibilità così squisita, che offenderli ed ucciderli è quasi tutt’uno. Quando mia figlia ebbe voltato le spalle alla casa paterna, io la considerai come perduta nel mondo, e mi proposi di non pensare più a lei come se fosse morta.
Da Bucarest una volta, poi un anno dopo da Barcellona, mi giunsero lettere di Serafina.
Per quanto vi fossi preparato, la prima volta, la vista dei caratteri di mia figlia sulla soprascritta mi fece battere il cuore — sentii, per essere schietto, curiosità e tenerezza dispettosa.
Mi ricordo che presi la lettera in mano, ne guardai lungamente la soprascritta, ed esaminai il bollo postale di Bucarest per decifrare la data che vi si leggeva — ma che poi chiusi la lettera in un cassetto e me ne andai a desinare. Tornato a casa, era entrato un po’ di ordine nelle mie idee; presi la lettera di mia figlia, e, questa volta senza batticuore, ne cancellai la soprascritta e vi scrissi di mio pugno: si respinge al mittente Iginio Curti, buffo nel Teatro italiano di Bucarest.
La stessa cosa feci colla lettera che mi giunse un anno dopo da Barcellona.
Quello che avvenne di poi, me lo aspettavo.
«Mio genero — avevo detto dentro di me — per costringermi a leggere le lettere lagrimose di sua moglie, mi farà un tiro un giorno o l’altro — ma egli non sa che io ricevo pochissime lettere, perchè non ne scrivo mai, e che non mi sarà difficile riconoscere la perfidia anche se abbiano fatto fare la soprascritta dal tenore, o dal baritono, o dalla seconda donna, specialmente se mi verrà dall’estero.