Eppure, fui ad un pelo di cascarci, e fu un vero lampo di genio inquisitorio che mi risparmiò questa piccola sconfitta. Un giorno mi capitò una lettera d’aspetto innocentissimo; veniva da Pavia, dove ho dei colleghi e degli antichi compagni di scuola. Stavo già per lacerare la busta, quando domandai a me stesso: «chi mi può scrivere da Pavia? Il professore Leonardi, no, perchè ne conoscerei la scrittura, il Ponzio nemmeno.... Guardai la soprascritta, e lessi: Al signor Abate prof. Marco Antonio, come scriveva un tempo mia figlia, come, dopo mia figlia, mi chiamava sulle soprascritte delle sue lettere il buffo Curti, e come, prima e dopo di loro, nessuno mai mi aveva chiamato.

Questa trasposizione di nomi non era innocente come può parere; mi ricordo d’una lettera di mia figlia così indirizzata, che non pervenne al suo recapito se non dopo essere andata per la città in cerca d’un reverendo che si chiamasse Marco. Mia figlia, tenace come il solito, non aveva smesso di dirigere le sue lettere a quel modo, sebbene io l’avvertissi; e siccome oramai i fattorini delle poste sapevano che era inutile cercare in Milano il reverendo Marco, non ne era nato più verun inconveniente, ed io aveva lasciato che facesse.

Ammirate la semplicità dei mezzi di cui si serve l’ente per scompigliare i disegni e punire le colpe dell’esistente! — Io, senza perdere tempo, cancellai la soprascritta, e scrissi bravamente «si respinge...» ed il resto.

Ma quando ebbi fatto ciò, mi rifeci a pensare: «E se questa lettera non fosse di mia figlia?» Allora immaginai di comprare l’ultimo numero di un giornale teatrale, e di accertarmi se a Pavia si rappresentava l’opera buffa. Seppi così che nel Teatro Comunale si rappresentava l’opera di Lauro Rossi, I falsi monetari, e che il buffo Curti era molto applaudito dalla scolaresca.

Una voce domandò dentro di me: «Che fa tua figlia? È sana? È felice?» Ma io mi affrettai a rispondere che non me ne importava un fico, che avevo giurato di considerare Serafina come perduta nel mondo, e che mia figlia era morta.

Il buffo Curti dovette rimanere senza fiato quando si vide restituire integra la lettera fatta a trappola, in cui aveva immaginato di pigliarmi. Da quella volta non ricevei più lettere di Serafina.