III. IL MIO AVVENIRE
(Dal taccuino di Marcantonio)
Addio piccole compiacenze, addio piccoli dolori della mia vita passata; ora getto lo sguardo innanzi a me, sulla via deserta, e mi rifaccio serio.
Ah! sì, la via è proprio deserta, e non è mia colpa. Io avrei voluto schierarvi la figliolanza di mia figlia e gli amici vecchi e fedeli; mi sarebbe stato caro disseminarvi una folla di conoscenti cordiali, vivaio d’affetti futuri, dove il dolore avesse potuto venire ogni tanto a prendere per mano un nuovo amico e condurmelo dinanzi dicendo: «costui è degno di te.»
Ma lo spettacolo dell’umano egoismo ha chiuso tutte le porte del mio cuore, e da un pezzo non v’entra più nessuno. Talvolta m’affliggo di questa virtù di pensiero che mette fra uomo ed uomo quell’intervallo medesimo che separa l’umana creatura dal bruto. Vi sono de’ miei simili che cianciano fra di loro come i passeri, che si fiutano, o si adirano, o si acciuffano per le vie come i cani, ed amano, e sono amati, e si sentono felici perchè non pensano. Il pensiero è un tarlo che rode i cuori generosi.
A me, nato per l’amore, non è rimasto neppure un affetto; sono solo!
Uscito or ora, e forse non ancora uscito, dalla calda virilità, l’avvenire mi promette gli anni freddi della vecchiaia, quegli anni in cui l’uomo più generoso ha diritto ad un po’ d’egoismo.
Sono sano ancora, ma sento che la gotta mi aspetta; io posso deluderla per un po’ astenendomi dai cibi troppo azotati o troppo grassi, ma un giorno essa trionferà della mia volontà, come ha trionfato di mio padre e di mio nonno; è una malattia di casa.
Mi sono guardato nello specchio, ed ho visto che potrei illudere me stesso; non dimostro più di quarantacinque anni; i capelli che mi rimangono sono quasi neri; la mia barba invece sarebbe bianca, ma io non la lascerò crescere; mi raderò ogni mattina.
Sento che posso ancora fare la felicità d’una donna, ed ho deciso.