— Diecimila giorni come questo! — ripete il vecchio, e s’incammina egli pure, zoppicando, incontro ad una vecchia signora, che passa nel prossimo viale e che ha già cacciato una mano in tasca.
Marcantonio prosegue rapidamente la via che mena alla sua felicità; incontra un collega e lo schiva, incontra uno scolaro che schiva lui, giunge alla trattoria prima dell’ora della colazione. Non importa, mangerà solo; l’uomo deve bastare a sè stesso, tanto più a tavola.
Mangia, poi legge una gazzetta che non è il Secolo, poi aspetta gli ufficialetti, ed è divertito dalla compiacenza con cui essi appendono le loro sciabole all’attaccapanni, lasciandole spenzolare per le calate della cintura in modo che urtino ripetutamente, prima a terra, poi nella parete.
Sente dentro di sè una forza nuova, qualche cosa che non è entusiasmo, nè baldanza, nè spensieratezza, ma che somiglia a tutto ciò; ogni tanto abbassa la gazzetta e mette una parolina nel discorso scucito degli ufficialetti, una parolina scelta bene, una parolina lucente, che al solito, riempie di stupore i suoi commensali, e gli obbliga a dirgli bravo! o bravissimo!
Per far passare il tempo, propone una partita a scacchi o al domino, magari al biliardo, e se ne scusa dicendo: «ho vacanza» — ma gli ufficiali non chiedono scuse; sono contenti che il signor professore si degni di uscire dalla sua dottrina melanconica per carambolare come uno studente. Marcantonio è stato in altri tempi un giocatore fortissimo; brandisce molte stecche più volte prima di sceglierne una, poi giuoca e vince; i suoi avversari generosi fanno di tutto per fargli dimenticare la modestia, ma il professore vince modestamente e si dichiara grato alla fortuna; chiede un sigaro al cameriere, e gliene vengono offerti cinque dagli ufficiali — grazie, grazie... egli non fuma sigari Cavour, accetta un sigaro Virginia dal signor tenente, accetta uno zolfanello dal signor sottotenente, ringrazia gli altri.
Il professore non fu mai così amabile.
Finalmente Marcantonio esce all’aperto; esce lanciando innanzi a sè le nuvolette del suo Virginia — e subito un monello, mandato dal destino, gli offre il Secolo uscito or ora. Il Signor Io compera la gazzetta, corre coll’occhio alla quarta pagina, e legge subito: Invito al talamo.