— Niente per il Signor Io.
Marcantonio si fa rosso, perchè gli sembra di capire che Battista abbia fatto leggere il foglio da qualche amico fidato, ma pensa che in fin dei conti non è facile arrivare alla radice del piccolo intrigo. Quanto al silenzio delle sue pretendenti, non se ne sgomenta ancora — a dire il vero, egli ha avuto troppa fretta; saper aspettare bisogna.
Domenica riappare nel Secolo l’Invito al talamo, e lunedì Battista è rimandato alla posta.
Il Signor Io attende il ritorno del messaggero, ma checchè accada, vuole essere contento di sè, e non aspetta altro. Per convincersi che non ispera nulla ancora, dice a sè stesso ogni tanto: «È troppo presto: gli avvisi di quarta pagina fruttano talvolta parecchi mesi dopo — io posso aspettare.»
Ma quando Battista ritorna a mani vuote, Marcantonio vede con un’occhiata la vanità di tutti gli umani propositi, e s’accorge che egli non è riuscito ad ingannare sè stesso.
Il giorno dopo, tornato a casa da scuola, Marcantonio Abate si vede venir dietro Battista con una grand’aria di mistero.
— Lei mi ha detto di non le lasciar vedere a nessuno — dice il degno portinaio — ed io le ho tutte qui.
Così dicendo, accenna alla tasca interna della giacchetta. Oh! come batte il vecchio cuore del Signor Io!
— Calmati, Marcantonio — dice a sè stesso. — Seguimi — dice a Battista; ma non ha quasi la forza di salire le scale, perchè la mano poderosa del suo destino lo afferra.
— Dà qua — dice allora il Signor Io; e Battista consegna tre lettere ed un giornale.