Il professore raccomanda ancora una volta il silenzio al suo messaggero e gli dà una mancia, — poi si arresta a ripigliar fiato, fa le scale con una pacatezza filosofica, penetra nelle sue stanze senza precipitazione, e depone sopra un tavolino della stanza da letto le tre lettere e il giornale. Chiude gli usci ed apre la finestra.... «Calmati Marcantonio!....»

Eccolo solo nel suo harem.

***

Le tre lettere e il giornale hanno la soprascritta medesima, senza alcuna variante: Al Signor I. O., ferma in posta — Milano.

Ma i caratteri sono differenti.

La prima lettera aperta da Marcantonio è scritta con gran parsimonia di parole; dice:

«Io sono giovine, sono bella, e sono ricca; — non posso soffrire gli sciocchi che mi fanno la corte. Datevi a conoscere se avete la coscienza di meritarmi; se mi meritate, vi sposerò. Per vostra norma, è inutile presentarvi se avete sessant’anni, o la parrucca, o i denti finti, se siete sordo o guercio, o invalido. Sul rimanente, Virginia chiuderà un occhio. Scrivete a Virginia Malvisi, fermo in posta, Milano.»

Marcantonio sta un poco immobile a contemplare quelle parole ardite; si sente un po’ scoraggiato, senza sapere perchè; forse qualcuno a cui egli non dà ancora retta, qualcuno, dentro di sè, comincia a dirgli che Virginia è troppo distante da lui, o troppo matta. Ma egli si scuote da quel torpore, e guardando rapidamente il foglio spiegato e le due lettere chiuse, e le altre lettere dirette al Signor Io che a quest’ora giacciono in fondo alle cassette postali, fa un’esclamazione allegra, ed afferra il giornale.

È un Secolo del giorno innanzi. Fin dalla prima pagina, una mano disegnata con matita rossa allunga il dito verso la seconda pagina, dove un’altra mano, dovuta alla stessa matita, accenna alla terza pagina, nella quale una terza mano addita la pagina delle inserzioni a pagamento.

In quarta pagina le mani sono quattro; dall’alto del giornale, dal basso e dai due lati, allungano indici enormi verso un avviso incorniciato pure di rosso.