— Diremo ad Anna Maria che rimanga in casa anche di notte; essa farà la cucina, come una volta; terrò io le chiavi della dispensa e della guardaroba, cercherò di non far sbagli, ma ne farò ad ogni momento, e tu riderai e riderò anch’io. E appena tu sia guarita, te lo prometto — aggiunge con solennità burlesca — te lo giuro, io ti renderò tutte le chiavi, dalla prima all’ultima. Sei contenta, figlia mia? dillo, sei contenta?

Serafina sorride melanconicamente, ma non risponde, e il disgraziato Marcantonio ode nel silenzio l’ansia di quel povero petto ammalato e la voce spietata che ripete: «Tua figlia è venuta per morire nel suo letto di fanciulla.» La sua anima manda un nuovo grido, altre fibre paterne si sono svegliate. Che cosa rimane ora del Signor Io? Una reminiscenza scialba, come di cosa da gran tempo smarrita: ieri soltanto il Signor Io trepidava nel ricevere le lettere, e pure questo suo ieri è già fatto così lontano da giustificare quasi la bizzarra sentenza suggeritagli dal rimorso: «Il solo tempo vivo è l’avvenire; la settimana ha un giorno solo, ed è domani.»

Quel poco che del Signor Io rimane ancora, è lì, in faccia a Marcantonio, per parlargli di sua figlia.

Quanto dovette soffrire la poveretta, perchè, ridotta in così misero stato, pensasse a pigliare un secondo marito! Forse, come tutti gli ammalati, non credeva al suo male, e si lusingava ancora che le fossero serbati altri giorni felici; forse altro non isperava fuorchè trovare, nella casa d’un vecchio egoista a cui non ripugnasse pigliarsi la sua bellezza e la sua gioventù, il letto tranquillo dove chiudere gli occhi alla morte.

Un altro grido sordo dell’anima di Marcantonio; ora tutte le sue fibre paterne sono sveglie e domandano un miracolo. A chi? a chicchessia, alla natura, all’ente che ha creato l’esistente, all’eterno amore di cui si sente particella addolorata, agli uomini stessi che ha disprezzato fino a ieri. Egli vorrebbe gettarsi alle ginocchia di quella giovinetta patita, che sorridendo ha posto una mano calda nella sua ed offre ai suoi baci tardivi la fronte bianca e serena, vorrebbe col proprio sangue darle la vita un’altra volta, pagare la felicità di lei colla pace a lui tanto cara. Non lo spaventa l’idea di vegliare intere notti come un fantasma in una cameretta melanconica, chino sempre sopra un capezzale per ispiare un indizio di guarigione, in lotta sempre col sonno per non lasciarsi cogliere alla sprovveduta; non lo spaventa l’idea di agonizzare per sua figlia, purchè sua figlia guarisca.

Dite: che rimane ora del Signor Io?

Egli stesso si sforza invano di trattenerne l’ultimo atomo, che si va perdendo nel nuovo amore; invano egli dice che Serafina è una parte di sè stesso, e che l’affetto paterno è la forma più bella e più santa dell’egoismo umano. Oggi la sua filosofia astiosa balbetta e si confonde.

— Serafina — dice mettendo sulla fronte bianca ancora uno dei tanti baci di cui l’ha privata — Serafina mia, non mi dici nulla, non hai proprio nulla da dirmi?

— Babbo, che cosa vuoi che io ti dica? Che sono contenta, che mi sento bene, te l’ho già detto.

— Ripetilo, bimba mia.