— Guarda, non pare che dica Ama?

— È vero — balbetta Marcantonio, esagerando senza volere la falsa espressione d’astuzia — è vero, pare che dica Ama.

— E così dice; ma dice anche: Abate Marco Antonio. Sono le iniziali del tuo nome. Ti dispiace che mio marito abbia scoperto il segreto? Se sapessi quanto bene mi fece, e in che momento mi giunse questa tacita consolazione!

A Marcantonio ripugna di mettersi nella condizione di un ladro incorreggibile, il quale rubi anche gli oggetti che gli vengono donati. Quel sentimento paterno, di cui forse il caso o forse un tentatore anonimo di Serafina lo va facendo bello presso sua figlia, è certamente un bel dono — ma egli sente che, accettandolo, ruba come un borsaiuolo. Ah! se rifiutare quel vanto significasse solo accettare l’accusa di uomo smemorato, o puntiglioso, o tenace, egli si affretterebbe a dire a sua figlia: «Serafina mia, io non so nulla di questo anello, non so nulla delle altre prove di cui parli — io non ho fatto mai nulla per avvicinarmi a te, perchè ero puntiglioso, perchè ero tenace; ma nondimeno ti ho sempre amata, ho sempre seguito ogni tuo passo col pensiero, il mio amore dispettoso non ti ha perduto d’occhio un momento.» Potesse egli dir questo e non mentire! Potesse egli, senza menzogna, non apparire padre snaturato ed egoista.

— Ma tu lo sai — soggiunge Serafina — perchè io te lo scrissi. Le mie lettere ti pervennero sempre, non è vero?

— Credo di sì.... — balbetta Marcantonio.

— Sì, ti giunsero sempre, quelle almeno che annunziavano una gran gioia od un gran dolore, perchè ogni volta io ebbi la prova che il tuo cuore di padre palpitava col mio povero cuore di figlia e di madre.

A quest’ultima parola, Marcantonio, coll’anima negli occhi spalancati, ha intraveduto i grandi dolori e le grandi gioie di sua figlia, e un tremito gli agita tutta la persona.

— Basta.... — mormora — per ora basta, ti fa male il parlar troppo.... più tardi mi narrerai il tuo passato, mi dirai tutto....

Serafina, inesorabile, ripete: