Non vi è pericolo che si muova; egli è sempre lì, attento, dietro l’uscio; ode il fruscio del vestito di seta nera, un vestito elegante che sua figlia porta con tanto garbo, poi il rumore degli stivaletti deposti a terra, ed ha appena il tempo di ricordarsi che quegli stivaletti sono finissimi, e di pensare che in tutta la personcina svelta di sua figlia egli ha visto le traccie d’un buon gusto che la sola agiatezza è impotente a dare, ma che senza l’agiatezza non si legittima, quando la voce di sua figlia lo chiama: «Babbo!»
Ed egli entra commosso, mentre Serafina ride colla testa sotto le lenzuola, contenta ora di quel giuoco che non immaginava dovesse riuscire così piacevole. Sulla seggiola, accanto al letto, non si vede che la veste di seta, e a piè della seggiola gli stivaletti — ingegnosa, come fu sempre, per dissimulare tutto ciò che non è gentile, Serafina ha certamente nascosto il rimanente del vestiario.
— Bravissima — dice Marcantonio — bravissima; ora ritrovo la mia Serafina, la ritrovo tutta, non ne manca nulla, sebbene non se ne vegga nulla.
Serafina ride più forte, sempre col capo sotto le lenzuola.
— Tu ridi — dice il povero padre contento — dunque la guarigione incomincia; ed ora lascia che io ti baci, come quando eri ragazza.
Serafina abbassa il lenzuolo che la ricopre, e mostra il bel viso un po’ arrossato, cogli occhi lucenti per due lagrime che vi ha messo la contentezza. Suo padre si china sopra di lei, e nel baciarla in fronte nota che essa ha serbato agli orecchi due grossi diamanti, falsi certamente, ma che splendono come se fossero veri.
— Sei contento ora? — chiede Serafina. — Per farti piacere sono venuta a letto; tu per far piacere a me, mi lascerai levare. Vi sono stata tanto a letto; ora non mi ci posso vedere.
— Sentiremo il medico — si prova a dire Marcantonio.
— Il mio medico, che è famoso in Milano, mi ha consigliato di fare del moto senza affaticarmi, e di nutrirmi bene senza far indigestione; la ricetta di chi sta benone.
— Qual è il tuo medico?