— Il dottor D....

— Ah! — esclama Marcantonio grattandosi con un dito le calvizie per non ismarrirsi nelle congetture.

Lo riconosce, è impossibile durare nel primo proposito.

In quel buio di cui si è voluto circondare rispetto al passato, penetreranno da ogni parte e ad ogni momento mille bagliori fuggitivi che lo faranno più pauroso. Meglio cento volte la certezza.

— Se è vero che tu ti senti bene, se non temi che ti manchino le forze — dice Marcantonio accarezzando colla grossa mano tremante il volto soave di sua figlia — Serafina mia, parlami del tuo passato.

— Il passato non appartiene a me sola — risponde la giovine donna.

— Lo so, me l’hai detto; ebbene, parlami pure di lui.

Serafina non se lo fa ripetere, e comincia con accento in cui vibra una commozione semplice:

— Iginio mio è l’uomo più stimabile che io abbia conosciuto sulla terra, dopo mio padre; egli mi ha amato fin dal primo giorno come doveva amarmi sempre, con una giocondità inalterabile, quasi per dirmi che il nostro amore era e doveva essere una cosa lieta. Non è colpa mia se non fu sempre così: anch’io ho fatto di tutto per essere felici, e quando la disgrazia ha voluto provarci, ci ha trovato forti.

— La disgrazia.... — balbetta Marcantonio. — La disgrazia si chiamava l’abbandono di tuo padre.