Serafina gli stringe la mano e lo guarda con amore, ma non dice di no.

— Si chiamò prima di tutto l’abbandono di mio padre — prosegue melanconicamente; — poi prese altro nome più volte; ma sempre ci trovò sorridenti e felici, perchè ci amavamo. Tu non hai voluto conoscere Iginio; e pure egli era degno di te.

Il colpo è dato, e Marcantonio l’ha ricevuto senza protestare. Però egli tace, e Serafina non può proseguire, perchè la commozione le dà l’ansia.

Si risvegliano nella mente del disgraziato padre tutti i terrori di poc’anzi.

— Lo vedi! — esclama. — Parliamo d’altro; questo discorso ti fa male.

— Questo discorso mi fa bene — ribatte la figliuola ostinata; — lascia che io ti parli di lui. Ho sempre creduto di doverlo amare di più e di non poterlo amare abbastanza, perchè tu non gli avevi dato un posto nel tuo cuore; vorrei che, almeno ora, tu gli volessi bene.

— Gli ho perdonato tutto! — balbetta Marcantonio.

— Grazie — insiste Serafina; — ma lascia che io ti parli di lui. Quando eravamo in paesi lontani, al caldo, al gelo, in compagnia della così detta famiglia artistica, dove nessuno si ama sinceramente, chi mi asciugava le lagrime, chi mi rendeva le forze, chi mi curava inferma, sai tu chi era? Lui solo. Chi mi parlava di te senza rancore, sai tu chi era? Era lui. Quando si aggravava sull’anima mia il tuo silenzio, era lui che ti scusava. Oh! egli sapeva leggere nel tuo cuore, anche da lontano, e non isbagliava mai. «Bisogna compatirlo — mi diceva — egli è un po’ severo perchè è avvezzo a stare sulla cattedra...» Non ti offende che dicesse così? «La sua scienza medesima è severa — non devi sperare che ti scriva; egli ha giurato di non riconoscere più sua figlia, e sono sicuro che alle tue lettere non risponderà per un pezzo; ma tu scrivigli, è il tuo dovere prima di tutto, e poi, ciò gli deve far bene.» — E quando, alla vigilia di diventar madre, in un paese straniero, a Bucarest, mi giunse il tuo primo segno di pace, quest’anello che non ha più lasciato il mio dito, egli, già delirante per la febbre tifosa che me lo voleva rapire, mi disse: «Lo vedi, Serafina, tuo padre ti perdona e ti dice: ama; egli ha scelto questa via di esprimerti l’animo suo; è buono, tuo padre, io lo conosco; ora fioccheranno i doni, vedrai. Ma non isperare già che ti scriva, non bisogna pensarci; è fatto così, io lo conosco....» Ed indovinò proprio; tu non mi scrivesti mai....

— No, io non ti scrissi mai — mormora Marcantonio lasciando cadere la testa invasa da mille fantasmi fino a picchiare con un colpo sordo sul marmo del tavolino da notte — no, io non ti scrissi mai.

— È tutt’uno — si affretta a soggiungere Serafina allungando una mano per porgergli una carezza — è tutt’uno, la tua corrispondenza muta mi ha consolato abbastanza. Noi ti avevamo offeso e non meritavamo di più.... Quando nacque il mio povero Marcantonio, Iginio era ancora convalescente; il tuo dono alla puerpera ci fece guarire più presto.... Mangiavamo la zuppa entrambi nella tua ciotola e colla tua posata, prima io, poi lui... e un mese dopo egli cantava ancora, ed ebbe un trionfo. Ti ricordi?