Marcantonio non risponde; egli ha chiuso gli occhi ed ha visto uscire dal buio pauroso una personcina, che gli fa cento moine per indurlo a giocare con lui. Il poveraccio vorrebbe fare un gran gioco di baci, ma il piccino è restìo ai baci, ed egli non osa dirgli: «Io sono tuo nonno!»

La scena buia si cambia di continuo; ogni parola di Serafina ne muta un contorno, v’introduce o vi cancella un personaggio. Così sparisce per sempre il piccolo Marcantonio, e il nonno, rimasto solo non riesce a soffocare un gemito.

— Quando il mio bambino morì.... — prosegue Serafina; ma si arresta e si turba, perchè ha udito un singhiozzo.

— Se tu lo avessi veduto! — ripiglia a dire lentamente dopo una breve pausa. — Era il ritratto d’Iginio; aveva, come lui, gli occhi a fior di testa, piuttosto grossi e tondi, ed aveva anche il suo sorriso; ma la fronte l’aveva più alta, come la tua, e gli scendevano sulla nuca i ricciolini, come a te.

Essa dice queste parole sorridendo, e intanto accarezza i ricciolini di suo padre, ultime reliquie d’una capigliatura superba, che formava già la maggior bellezza di Marcantonio.

— Queste cose — prosegue Serafina — io te le ho scritte tutte, ma nel dirtele a voce, qui, dal mio letto di fanciulla, dove si svegliarono tutti i miei affetti, dove ho sognato tanta felicità, nel dirtele così, colla mia mano stretta nella tua, sento una gran dolcezza. Tu, babbo, non t’infastidisci se ripeto cose che sai?

— No, Serafina mia, non m’infastidisco; dimmi tutto, tutto, tutto, come se io nulla sapessi, come se il tuo babbo ritornasse da un cattivo mondo lontano, in cui si dimenticano le persone amate. Dimmi tutto.

Marcantonio rialza il capo e sorride a sua figlia; la quale continua: