— Ti parlerò di lui, sempre di lui, poichè me lo permetti. Se tu fossi penetrato nel suo cuore, se tu avessi visto di quanta bontà egli era ricco, prima d’ora gli avresti perdonato l’offesa che ti fece amandomi. A Barcellona, una sera, dinanzi ad un caffè, un povero diavolo cantava la Calunnia del Barbiere, accompagnandosi con una chitarra. Ridevano tutti, ma erano risa di beffa, perchè la voce del cantore era rauca, e la chitarra scordata; quando il disgraziato, che aveva la fame scritta in tutta la persona, ma più negli occhi, andò in giro per raccogliere l’elemosina, il primo a cui si accostò gli disse una villania, e il secondo gli volse le spalle. Il meschinello allora non osò proseguire il suo giro, mandò intorno uno sguardo smarrito, raccattò il berretto, che aveva deposto a terra, e fece atto di andarsene. Noi eravamo seduti lì presso, ed io aspettava, col mio obolo in mano, che il disgraziato cantore si accostasse. Sai tu che fece Iginio? Con uno sguardo ridente mi disse: Aspettami — poi lasciò il tavolino e raggiunse il mendicante. «Prestami la tua chitarra.» gli disse. — E là, in faccia a tutta la gente del caffè, in mezzo alla folla dei passanti che ingrossava sempre intorno a noi, cantò, come sapeva far lui, l’aria della Calunnia. — Era una cosa bella, babbo mio, una cosa bella, sebbene la chitarra fosse scordata. Gli applausi che scoppiarono in ultimo mi commossero più di quelli che mio marito raccoglieva ogni sera in teatro. Restituì la chitarra al poveraccio, e lo mandò in giro a raccogliere l’obolo.... Ad ogni moneta che veniva buttata nel suo berretto, quell’infelice vi lasciava cadere una lagrima; vi lasciai cadere anch’io la mia moneta e la mia lagrima, e forse più d’una signora, debole come me, fece altrettanto. Ma io feci qualche cosa di più, dissi al mio Iginio: Andiamcene, e ce ne andammo subito, e appena ci fummo dilungati alquanto in un viale, gli diedi un bacio furtivo, come se fossi la sua innamorata.

Serafina tace un momento, poi ripiglia:

— Iginio mio non si smentì mai; dal primo giorno che gli fui al fianco, egli m’ispirò quel coraggio tranquillo e ridente, che è tanto raro anche negli uomini. Quando tornai dal Cairo in Italia, e ci fu fatta fare la quarantena a Napoli, in un brutto casone, come ingannammo noi il tempo lungo? Cantando certe parodie in cui mio marito faceva molte parti ad un tempo; il tenore e la prima donna, ammalati davvero, erano rimasti al Cairo, ma non per questo si sopprimeva il duetto d’amore, anzi era il pezzo più desiderato e più applaudito; faceva mio marito le due parti. Faceva anche il coro, perchè i coristi e le coriste non viaggiavano con noi, ed era impossibile star seri alla mimica del coro maschile ed alle voci calanti del coro di donne. Era lui che improvvisava certe festicciuole da ballo, in cui egli non ballava; lui che ordinava le cenette, tanto per farci stare allegri. A lasciar fare agli altri, si sarebbe morti di noia più presto che del colera; egli accettava i ringraziamenti di tutti ma non era contento se non sentiva da me che ero stata allegra. Mi domandava spesso: «Non ti senti infelice molto?» — E quando io gli assicurava che, al contrario, ero felicissima, egli mi diceva: «Sai bene che ho giurato di farti felice, quando ti pare che io non riesca o che stia per commettere uno sproposito, avvertimi.» Poi il cielo mi volle ridare la consolazione che mi aveva dato e ritolto; mi nacque una bimba, e si chiamò Faustina, come la povera mamma. Eravamo a Piacenza quando mi giunse tutto il corredo che tu destinavi a mia figlia; anche allora, quanto bene mi fecero quelle due parole: A Faustina! Erano di tuo pugno, ed io le riconobbi e le accolsi come un buon augurio. Io ti scrissi allora che Faustina, così benedetta dal nonno, non mi sarebbe stata tolta, ma sarebbe cresciuta bella e buona, immagine della povera morta di cui portava il nome, per dirti un giorno l’amor suo....

Marcantonio ha sollevato la faccia pallida, e cercando di leggere negli occhi di sua figlia, non respira più. Quell’ansia è breve; uno scoppio di pianto la risolve, ma è pianto di tenerezza.

— Quel giorno è giunto — dice titubando la giovine donna. — Faustina ti aspetta! Oggi ha cinque anni, e si è fatta carina. Dicono che mi somigli molto, ma a me pare tutta la mia mamma. Essa ti conosce; ha visto il tuo ritratto e le abbiamo parlato tanto di te! L’altro giorno, prima che tu mi scrivessi quella lettera che mi ha colmato di gioia e di turbamento, ha creduto di vederti dalla finestra e ti ha chiamato forte: «Nonno! nonno!» Io era a letto, e v’era un tale....

Serafina s’interrompe; è rossa in viso ed ha l’ansia anch’essa.

— Un tale?

— Sì, un tale, che quel giorno non aveva nome ancora, ma che oggi ne ha più d’uno.... egli piangeva perchè aveva appetito, e alla povera mamma mancava il latte....