Sono entrati nella sua mente alcuni quesiti tenebrosi, a cui ancora non ha cercato di dare risposta. Eccone uno: «Il buffo Curti buon’anima in che condizione ha lasciato la vedova?» Scrivendo al Signor Io, Serafina diceva di non possedere altri capitali al mondo fuor che il cuore e la sua bell’arte; ma presentandosi al babbo era vestita con eleganza e portava grossi diamanti agli orecchi. Suo medico curante nell’ultima malattia era il dottor D..., uno specialista celebre, di quelli che si fanno pregare due volte e pagare quattro. Stando solo a ciò, anche se i diamanti sono da palcoscenico, la vedova Curti è agiata.

Così dev’essere. Non poteva un buffo onesto, dopo aver messo al mondo due figliuoli, andarsene ad patres buttando la famiglia addosso al suocero, che campa malamente di metafisica.

D’altra parte la lettera è esplicita: «Sono povera, altro non posseggo al mondo fuor che il cuore, eccetera»; e questo è detto ad un Signor Io ignoto, che va in cerca di moglie nella quarta pagina del Secolo. Che vergogna! pensa Marcantonio; mia figlia, spirato appena il termine legale della vedovanza, madre di due figli, l’ultimo dei quali ha trent’otto giorni soltanto, disporsi ad accettare il talamo d’un anonimo! Che umiliazione se potesse mai sapere che quell’anonimo era suo padre! Si può star sicuri che Marcantonio ha viscere paterne e non le dirà nulla.

Ma come mettere d’accordo questa fretta di passare a seconde nozze coll’amore ardente serbato al marito defunto? Che il cuore della donna sia bizzarro, Marcantonio lo sa; ma a questo punto! La sola miseria spiega, non giustifica, la cosa. Certamente, Serafina è povera, come ha detto; non i suoi diamanti soltanto sono da palcoscenico, ma anche la veste di seta nera. Già, Marcantonio di vestiti non se ne intende!

Il buffo Curti — quel meraviglioso fiore dei buffi — ha proprio fatto la prodezza o la burletta — chiamatela come volete — di rubare la figlia ad un padre, di generare due figli di sesso diverso, e di morirsene poi per appioppare ogni cosa al suocero tradito.

Non importa! Marcantonio è preparato a tutto. Serafina è ritornata nella casa paterna per non uscirne mai più; la piccola Faustina e il piccolo Marcantonio cresceranno fra le pareti in cui è cresciuta la madre loro, all’ombra della stessa grand’anima, confortati dalle medesime carezze. Marcantonio non è ricco, ma alcuni soldi alla cassa di risparmio ce li ha; s’ingegnerà di farli fruttare; alle due scuole del liceo, ne aggiungerà una terza quando voglia; e così, con un altro po’ di metafisica e con molta economia, bene o male, si camperà la vita in quattro. E i registri dello stato civile non sapranno neppure della doppia corbelleria che una comprimaria (comprimaria! e in che parte, o lumi della ribalta, avete veduto Serafina sul palcoscenico?), che una comprimaria e un professore erano lì lì per commettere.

Quando la mente di Marcantonio si è acquetata in questo pensiero, altri quesiti tenebrosi le si presentano. Eccone uno: «Chi ha mandato a regalare il fardelletto a Faustina? chi ha donato a Serafina l’anello col segreto e la parola Ama in caratteri maiuscoli? La parola Ama contiene, è vero, le iniziali del suo nome, ma come? in questa maniera stramba: Abate Marco Antonio, come si erano ostinati a chiamarlo sua figlia e suo genero. Le vere iniziali di Marcantonio Abate, invece di un consiglio amoroso, dovevano fornire una particella dubitativa, la quintessenza di tutta quanta la umana filosofia. Dunque, chi ha regalato il fardelletto e l’anello? Lui! Chi ha mandato regolarmente gli altri doni in risposta ad ogni lettera? Lui! E queste lettere dove sono andate? Egli ricorda benissimo di averne respinte tre sole; a chi furono recapitate le altre?»

Così almanaccando, Marcantonio è giunto al numero 60 in via Torino.

Egli passa diritto dinanzi alla portinaia, ma costei lo segue e lo trattiene.

— Chi cerca?