— Quello? — domanda una vocetta.

— Sì, quello, corri; abbraccialo.

Marcantonio si volta; due manine gli stringono le gambe, ed egli non ci bada neppure.

Colle spalle addossate ad uno stipite, colle braccia penzoloni, un uomo lo guarda e gli sorride. — Ha la faccia liscia e tonda del buffo Curti, i baffetti, gli occhi, il naso del buffo Curti — e non è uno spettro. È il buffo Curti in persona!

— Nonno! — dice una vocetta ai piedi di Marcantonio.

Egli non risponde, non abbassa neppure lo sguardo verso la creaturina che lo chiama per la prima volta con quel dolcissimo nome; altre voci, irose voci, gli gridano sordamente: «Tu sei schernito, e il tuo schernitore ride, compiacendosi dell’opera sua.» Come, e perchè? Ancora non lo intende.

— Nonno! — ripete la vocina della bimba — non guardar lui, guarda me!

Egli guarda lui, e non ascolta se non la voce che grida: «Tu sei schernito!»

Come e perchè schernito? Ora vede chiaro.

Anna Maria ha tradito il segreto del Signor Io, il buffo Curti ha pensato alla gherminella, e a Serafina non si è disseccata la mano destra nel pigliare la penna per beffarsi di suo padre. Così larga è la voragine che gli si è aperta ai piedi nel momento medesimo in cui credeva di ritrovare un’altra figlia e una nuova giovinezza del cuore, che Marcantonio non sa se non balbettare: