La signora Camilla s’inchina, e (certo senza intenzione maligna), sorride ed avventa uno sguardo di sotto in su al professore, il quale, inchinandosi alla sua volta e ritrovando all’altezza del suo ginocchio un visino petulantello, non si rialza più.
Ah! quanto è bello, e quanto caro, il visino petulantello di Faustina! E pure, la prima carezza che riceve dalla mano tremante del nonno tanto aspettato è una carezza sbadata.
Marcantonio va chiedendo a sè stesso se e come l’esistenza reale d’una signora Camilla, artista di canto, in via Torino al numero 60, assolva suo genero, o sua figlia, o tutti e due.
— Signora Camilla — dice intanto il padrone di casa — la ringrazio tanto.
Queste parole significano che la signora Camilla se ne può andare; infatti essa ripete l’inchino e l’occhiata omicida, e facendo un tentativo inutile per nascondere il dente ribelle, se ne va più sbilenca che mai.
Rimasti soli, il buffo Curti avvicina una seggiola al professore, e gli dice, senza cessare di sorridere:
— Siedi; tu hai molte domande da farmi, ed io sono pronto a rispondere; la piccina non ci disturberà.
— Signor Curti — risponde Marcantonio con una severità inutile — la prego di non darmi del tu, finchè io non glielo permetta.
— È troppo giusto — dice il buffo senza ombra di canzonatura. — Signor professore, si accomodi; se la bambina le dà noia, la deponga pure a terra, oppure la manderemo di là.
— Voglio stare col nonno — dichiara Faustina appiccicandoglisi alle gambe.