Marcantonio sta un po’ a riflettere a quella singolare posizione, e sembra tentennare un poco prima di indursi ad accettare la seggiola. Ma un’idea piena di baldanza, e forse non priva di generosità, gli viene incontro, e il buffo Curti la vede venire. Marcantonio siede con faccia severa, poi si piglia sulle ginocchia la bimba, la bacia, l’accarezza, le sorride; in ultimo volge al genero perverso la faccia ridiventata severa. Iginio Curti siede anch’egli, si frega le mani ed incomincia:
— Potrei risparmiare a me stesso e alla mia famiglia una collera giusta, lasciando durare gli equivoci il più possibile e facendo intendere più tardi che il solo colpevole è il caso; ma non voglio avere l’impunità coll’inganno. Diciamo così: sua figlia, signor professore, non sa nulla di nulla; il colpevole è uno solo, e non è il caso.
— È lei? — domanda Marcantonio cercando invano di star serio, mentre la piccola Faustina lo guarda e gli dice:
— Nonno, bada a me; perchè l’altro giorno, quando ti ho chiamato dalla finestra, non ti sei fermato?
— Sono io — dice il buffo Curti, mentre il nonno fa tacere la bimba con un bacio — io solo. Ieri Serafina, ricevendo la lettera del babbo, non ci capiva gran cosa; io stesso penai tutta la notte ad intendere che mio suocero mi faceva l’onore di credermi morto e sepolto. Quest’idea, per esempio, non mi era venuta, lo dichiaro subito.
— Nonno — dice la piccola chiacchierina — mi hanno detto che tu sei il babbo della mia mamma; è vero?
— È vero — risponde Marcantonio con un filo di voce, gettando un’occhiata piena di rimprovero a suo genero.
Quell’occhiata significa: «È colpa tua, uomo scellerato, se io non copro di baci questa boccuzza che pare un bocciolo di rosa: è colpa tua se io non le dico tutto quello che vorrei dirle.»